Future Learning and Education
La formazione è al centro di una importante trasformazione: nuovi modelli didattici, spazi ibridi, tecnologie immersive e l’intelligenza artificiale stanno ridisegnando il modo in cui si insegna e si apprende. Per questo Officelayout ha scelto di inaugurare il ciclo di Round Table con un confronto dedicato proprio al “Future Learning and Education”
Le Round Table promosse da Officelayout nascono con l’intento di creare uno spazio dedicato al dialogo tra professionisti, all’aggiornamento, alla conoscenza reciproca, in cui utenti e system integrator, progettisti e fornitori di soluzioni possano condividere esperienze, esplorare nuove applicazioni tecnologiche e interpretare i trend emergenti. Un tavolo – metaforico e reale – dove si incontrano competenze, punti di vista e visioni differenti, per stimolare sinergie tra settori contigui e far emergere nuovi modelli di business.
Il primo appuntamento ha messo al centro il tema dei nuovi modelli formativi e di come la tecnologia possa supportarli. La didattica si fa sempre più esperienziale, ibrida e interattiva, e i partecipanti alla tavola rotonda hanno discusso di didattica attiva, di formazione anche per i docenti, di spazi centrati sulle esigenze degli utenti, e ancora di intelligenza artificiale e didattica immersiva, ma anche di come combinare tutto questo con gli spazi fisici, che in Italia spesso coincidono con palazzi storici e con vincoli sia architettonici, sia in ambito di tutela artistica.
Un confronto ricco e trasversale che ha messo attorno al tavolo rappresentanti del mondo dell’università, progettisti, integratori di sistemi e realtà dell’offerta, animando un dibattito che ha portato a immaginare nuovi modelli di apprendimento e di collaborazione capaci di rispondere alle sfide – e alle opportunità – di un presente in rapida trasformazione.
Le nuove esigenze della didattica e il ruolo della tecnologia
Nell’attuale panorama della formazione, specialmente di grado superiore, la tecnologia non è più un semplice supporto alla didattica, ma uno dei fattori centrali nella ridefinizione dei modelli formativi. La discussione è iniziata con riflessione sul ruolo propulsivo del cosiddetto “periodo Covid”: le tecnologie per la didattica a distanza — già disponibili e mature all’epoca della pandemia — per necessità e urgenza sono state rapidamente adottate su larga scala e integrate nei processi educativi. Subito dopo, però, si è avviata una fase più strategica, in cui la trasformazione degli ambienti universitari è diventata espressione di una didattica rinnovata e, in alcuni casi, ne ha stimolato direttamente l’evoluzione. La multimedialità e le soluzioni tecnologhe emergenti sono quindi un elemento strutturale del metodo, e nelle università lo scenario tradizionale della didattica frontale sta infatti lasciando il passo a una formazione più attiva e collaborativa: didattica a gruppi, spazi flessibili, interazione costante tra studenti e docenti.
Presso l’Università Cattolica il cambiamento ha preso forma anche grazie a una riflessione strutturata fatta in seno all’Ateneo: la redazione condivisa di un documento interno all’università – sviluppato grazie anche al contributo dei docenti della Facoltà di Scienze della Formazione – che ha definito le linee guida di una nuova didattica e degli strumenti più adatti per sostenerla, poi tradotte in progetti concreti come il Polo San Francesco. Il nuovo Polo Universitario, realizzato nella ex Caserma Garibaldi di Milano, è oggi un vero e proprio “laboratorio” di questo approccio in cui le aule, progettate in collaborazione con aziende e progettisti, offrono sistemi di visualizzazione avanzata, condivisione dei contenuti, attenzione all’acustica ecc. “Abbiamo bisogno di spazi che parlino la lingua della didattica contemporanea – ha sottolineato Giovanni Silanos, manager service management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche relazionale, inclusivo, esperienziale. La progettazione, per essere efficace, deve nascere dal dialogo tra chi progetta, chi insegna e chi apprende, con l’obiettivo di costruire ambienti realmente abilitanti.”
Infatti, pur riconoscendo un ruolo centrale alle tecnologie, tutti i partecipanti hanno concordato nell’affermare che il vero cambiamento viene dall’esigenza crescente di una didattica attiva, centrata sullo studente, capace di stimolare il coinvolgimento e la partecipazione. In quest’ottica “La formazione dei docenti rappresenta un passaggio cruciale: sono loro il vero motore della didattica, per questo UniMi, ha raccontato Mirko Bove, direttore CTU – Centro per l’Innovazione Didattica e le Tecnologie Multimediali dell’Università degli Studi di Milano, ha attivato percorsi specifici pensati per accompagnare e sostenere il corpo docente lungo questo processo di trasformazione. Inoltre, la partecipazione attiva degli studenti alla vita universitaria in presenza, la possibilità di beneficiare anche dei luoghi e delle frequentazioni, del confronto diretto con i pari e i docenti, rappresenta un valore in sé che tuttavia non mette in questione la validità dell’uso delle tecnologie che portano flessibilità, accesso continuo ai contenuti, percorsi personalizzati all’esperienza formativa”.
Questo aspetto ha innescato una discussione sulla formazione unicamente a distanza, alle volte scelta dagli studenti per praticità più che per reale necessità: tuttavia, per i partecipanti alla tavola rotonda tagliarsi fuori dalla socialità, dal confronto diretto con i pari e con i docenti, e dai benefici che provengono dal frequentare un luogo portatore di valore, può essere controproducente. E questo dovrebbe anche essere il valore aggiunto delle università tradizionali rispetto alle telematiche.
Sul valore dell’esperienza in presenza è intervenuto anche Stefano Bonomi, audio video systems and distance learning manager, Università degli Studi di Udine, che ha precisato come gli studenti chiedano sì flessibilità e accesso digitale, ma vogliano anche tornare in aula a patto però che vi trovino “qualcosa di diverso”, e questo è proprio il compito di Atenei e docenti.
L’ultimo spunto sul tema è arrivato da Damiana Luzi, PhD in tecnologie innovative per la didattica e i beni culturali, Università di Firenze/Università di San Marino che ha puntualizzato “In un tempo di trasformazioni iperaccelerate, in cui il cambiamento precede spesso la sua comprensione, una delle sfide più urgenti della formazione contemporanea è saper abitare consapevolmente lo scarto tra ciò che sta già mutando e ciò che attende ancora di essere immaginato: dare forma a spazi e tempi capaci di incarnare una nuova idea di conoscenza come esperienza. In questo contesto, il docente smette di essere un erogatore di contenuti e diventa sempre più un architetto di percorsi e ambienti formativi: una figura in grado di pensare tempi e relazioni, ma anche contenitori fisici, in funzione dei processi cognitivi e delle dinamiche di gruppo”.

Tecnologia e progetto: la formazione vista con gli occhi di chi disegna gli spazi
Nel dibattito sull’uso delle tecnologie nell’educazione, il punto di vista del mondo progettuale assume un ruolo centrale: architetti, designer e consulenti tecnici sono interlocutori fondamentali nella definizione di ambienti che sappiano rispondere, in modo integrato, alle trasformazioni della didattica contemporanea. Lo spazio, infatti, da contenitore passivo diventa parte attiva dell’esperienza formativa. A dirlo sono i professionisti che, ogni giorno, lavorano a fianco di università e scuole per reinterpretare ambienti, vincoli, risorse e nuove urgenze pedagogiche.
Come ha sottolineato Benedetta Bardelli, senior architect L22Edu di Lombardini22 coinvolta, tra gli altri progetti, nel nuovo parco tecnologico della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e in numerosi interventi su scuole secondarie e licei: “Lo spazio può davvero influenzare positivamente le trasformazioni della didattica. Eppure, troppo spesso, arriva per ultimo. Mentre la didattica evolve e la tecnologia viene implementata rapidamente, l’architettura rischia di restare ancorata a modelli tradizionali. Quando possiamo progettare da zero l’effetto è realmente trasformativo. Ma nella maggior parte dei casi interveniamo su edifici esistenti, con vincoli, funzioni già definite, strutture storiche non modificabili. Per questo spingiamo per essere coinvolti fin dalle prime fasi, in una logica di progettazione integrata in cui il confronto con chi vive gli spazi sia continuo”.
Il dialogo tra progettisti, docenti, esperti di tecnologia e neuroscienziati è il vero punto di svolta. Lo spazio diventa così il risultato di un processo corale, dove l’ascolto tra le parti non è un passaggio formale ma il fondamento stesso della qualità del progetto. Su questo ha insistito anche Marco Trame, CTO e Co-fondatore, Cavea Engineering: “Nel mondo dell’education, più che in qualsiasi altro ambito, il nostro lavoro è ascoltare. Sono i docenti, i referenti di facoltà a raccogliere i bisogni degli studenti e a trasferirli a noi. Il nostro compito è tradurre tutto questo in scelte progettuali e tecnologiche coerenti. È un lavoro fatto di stratificazioni: da un lato, le infrastrutture permanenti, come la rete e il trattamento acustico, che definiscono la qualità strutturale dell’ambiente; dall’altro, la flessibilità degli arredi, delle configurazioni e delle tecnologie mobili, che permettono di adattare gli spazi a diverse modalità d’uso. Oggi un’aula può servire per una lezione frontale, domani può diventare laboratorio, dopodomani uno spazio per un talk o un set per la registrazione di un webinar. Per questo servono spazi flessibili e tecnologie riconfigurabili senza interventi invasivi”. Una necessità riportata anche da Damiana Luzi che ha ribadito come ogni aula non sia uno sfondo neutro, ma un ambiente flessibile che si riconfigura in tempo reale: gli spazi polifunzionali non sono più un’opzione ma una condizione strutturale per una didattica ibrida e multimodale.
Il progetto dello spazio didattico sempre più spesso tocca anche dimensioni relazionali, emotive, psicologiche. Benedetta Bardelli ha raccontato, ad esempio, il lavoro svolto con alcuni licei per rispondere al crescente disagio psicologico degli studenti attraverso la progettazione di spazi innovativi come la stanza per l’ansia, studiata con la consulenza di alcuni neuroscienziati, per accogliere studenti in difficoltà. “Un tempo questi spazi erano improvvisati, oggi sappiamo che possiamo progettarli in modo scientifico. Anche questo è parte del nostro lavoro”.
E proprio le neuroscienze stanno offrendo nuovi strumenti per ripensare il progetto degli spazi educativi in modo più profondo. L’uso consapevole della luce e dei suoni, dei colori, la dimensione degli ambienti possono influenzare significativamente il modo in cui si apprende. Ad esempio, è emerso che le nuove generazioni, abituate a fruire contenuti rapidi e frammentati, come quelli dei social, faticano a concentrarsi in ambienti chiusi, standardizzati e privi di stimoli.
Come ha osservato Bonomi, “Negli atenei del Nord Europa e degli Stati Uniti lo spazio è un elemento chiave di attrattività: se uno studente sta bene all’interno degli spazi universitari è più invogliato a frequentare le lezioni, rimane più a lungo, si ferma per studiare… La qualità dello spazio diventa fattore abilitante per l’intera esperienza educativa». Da qui l’importanza — spesso trascurata — degli spazi comuni, che oggi dovrebbero essere pensati non solo come ambienti di passaggio, ma come luoghi attrezzati per la collaborazione, lo studio informale, la relazione. E dotati di tecnologie adeguate: schermi per condividere contenuti, punti di accesso alla rete, arredi comodi e flessibili.
Tuttavia, come ha ricordato Benedetta Bardelli : “Non sempre è possibile intervenire in maniera radicale, per via di vincoli architettonici o della disponibilità economica, o anche solo per diffidenza verso i nuovi modelli. Per questo Lombardini22 lavora spesso su spazi pilota: piccoli ambienti ristrutturati all’interno di scuole e campus, che funzionino da esempio virtuoso e inneschino un cambiamento culturale. Con interventi mirati, anche minimi, come la scelta dei colori, della segnaletica, della luce, possiamo modificare radicalmente la percezione di uno spazio. E se gli studenti iniziano a preferire quell’aula rispetto alle altre, allora è un segnale che qualcosa sta funzionando”.
In definitiva, il messaggio che arriva dal mondo progettuale è chiaro: il futuro dell’Education non può prescindere da una progettazione integrata e partecipata. Spazio, tecnologia e didattica devono essere pensati insieme, sin dall’inizio, per costruire ambienti capaci non solo di accogliere le trasformazioni, ma di guidarle.
Tecnologie abilitanti per la didattica moderna: tra standardizzazione, infrastrutture e coinvolgimento
La parola è poi passata agli specialisti della tecnologia, rappresentati nella tavola rotonda dai system integrator e distributori di tecnologia. Un ruolo importante all’interno della catena di valore della realizzazione degli spazi didattici moderni, perché implica un vero e proprio affiancamento del committente e del progettista nella scelta e integrazione delle soluzioni tecnologiche, con un occhio al futuro. Le tecnologie, si sa, sono in rapidissima evoluzione e così anche le soluzioni proposte dall’industria, per cui è molto importante fare scelte che non precludano l’evoluzione di un impianto (per esempio scegliendo standard obsoleti non più supportati) e che possano risultare valide sul lungo periodo, permettendo scalabilità, implementazione di nuovi prodotti o addirittura sezioni e, in generale, una evoluzione della propria infrastruttura.
Nell’ambito delle scelte tecnologiche un elemento fondamentale, ricordato da molti dei presenti, è la standardizzazione: predisporre aule con dotazioni e interfacce uniformi e modalità di utilizzo ripetitive consente non solo una gestione più efficiente, ma anche una maggiore inclusività didattica. Infatti la standardizzazione consente, dal lato dei tecnici, di gestire prodotti e impianti in maniera seriale, riducendo la tipologia degli eventuali guasti e calendarizzando strutturalmente revisioni e aggiornamenti di software; ed è un grande aiuto anche per gli utenti, che potranno gestire sistemi e apparati secondo un unico modello operativo.
L’esperienza vissuta in Università Bicocca è un esempio emblematico: la progettazione modulare e replicabile dei podi multimediali, interamente preconfigurati in laboratorio e installati in maniera seriale, come raccontato da Corrado Tagliabue, direttore vendite di Tagliabue Sistemi, ha permesso di equipaggiare oltre 60 aule in tre mesi. Ma perché tutto funzioni al meglio è necessario anche un forte investimento nella post-vendita e nel supporto tecnico, ha fatto notare Alessandro Vella, senior presales engineer di Videogecom: “In molte realtà dove abbiamo implementato sistemi multimediali vediamo che la maggior parte degli interventi tecnici non è legata a guasti, ma a un utilizzo errato dei sistemi. La formazione degli utenti, quindi, diventa cruciale, così come la presenza di personale tecnico sul campo, soprattutto in atenei con numeri elevati di aule o ubicati in aree con minore densità di fornitori specializzati. L’assistenza da remoto riesce comunque a essere di grande aiuto anche in questi casi, quando la presenza non è possibile o non prevista per vari motivi, e in alcuni atenei già ora diventa anche una vera e propria scelta di campo: l’adozione di servizi gestiti da remoto, attraverso il monitoraggio proattivo dei sistemi audio video, riduce i tempi di supporto e guida gli utenti nel caso di dubbi nell’utilizzo dell’ambiente didattico”.
Il vero obiettivo di molte delle innovazioni tecnologiche implementate oggi è ridurre la distanza tra docente e studente, sia fisicamente sia simbolicamente. È un cambio di paradigma che mette al centro la relazione, il coinvolgimento, la comunicazione anche non verbale. Ambienti progettati per favorire la mobilità dell’insegnante e dotati di tecnologie intuitive e interfacce user-friendly stimolano l’attenzione degli studenti e rendono la lezione più partecipata.
Proprio in questa direzione si colloca la scelta di sostituire le tradizionali cattedre con podi multimediali leggeri e regolabili, pensati per non essere percepiti come una barriera tra chi insegna e chi apprende. La sempre maggiore presenza di dotazioni tecnologiche pone anche il tema del loro alloggiamento comodo e soprattutto funzionale, per questo si stanno diffondendo arredi e strutture in grado di includerle ma anche di offrire diverse modalità d’uso, nell’ottica di una vera polifunzionalità degli spazi. Così, per esempio, un podio (ma anche un tavolo) potrà includere già tutte le funzionalità di gestione delle periferiche, senza bisogno di rack esterni, o un’aula magna potrà trasformarsi in uno spazio libero per presentazioni in stile TED Talks.
Un altro tema centrale è quello delle infrastrutture digitali, in particolare della rete. “Stiamo lavorando su nuove progettazioni con reti a 10 Gigabit e spingiamo per una maggiore diffusione della fibra ottica — ha spiegato Marco Trame — perché gli investimenti tecnologici in ambito education devono essere sostenibili nel tempo, pensati su un arco di almeno 10-20 anni”. La fibra, in quest’ottica, rappresenta una dorsale strategica per garantire continuità e scalabilità, anche nel futuro.
Fiere ed eventi di settore testimoniano una sempre maggiore attenzione verso le tecnologie immersive che, al momento, trovano principale applicazione nella formazione executive e nei percorsi post-laurea dove contenuti virtuali, simulazioni e ambienti collaborativi offrono un valore aggiunto. La partecipazione da remoto e l’interazione in tempo reale consentono inoltre di rendere disponibili i corsi a studenti e professionisti di altri Paesi, ampliando di fatto il raggio d’azione delle istituzioni formative.
Infine, è emerso con forza un altro elemento di riflessione: la necessità di collaborare tra atenei e operatori del settore, superando logiche competitive per affrontare insieme sfide comuni. Le esperienze condivise durante la pandemia e le successive fasi di trasformazione hanno mostrato come le difficoltà – dalla gestione dei presidi tecnici all’adozione di interfacce condivise, fino all’aggiornamento dei dispositivi personali dei docenti – siano trasversali. In questo scenario, il dialogo continuo tra integratori, università e progettisti diventa la chiave per una didattica davvero evoluta, capace di mettere la tecnologia al servizio delle persone.

Intelligenza Artificiale per la formazione: supporto e nuove responsabilità
Un altro dei temi centrali della tavola rotonda è stato l’impatto dell’intelligenza artificiale (IA) sia come supporto all’insegnamento che come leva per ripensare i modelli di apprendimento, tra innovazione e responsabilità. Il confronto ha restituito un’immagine composita e in evoluzione, prudente ma inevitabile.
Mirko Bove ha illustrato il lavoro svolto all’interno di UniMi, dove l’IA è stata introdotta a diversi livelli. My AI Buddy è un assistente virtuale integrato nella piattaforma Moodle che permette allo studente di interagire con i contenuti del corso attraverso un sistema di domande e risposte: “Lo studente può chiedere ad esempio di essere interrogato e l’intelligenza artificiale valuta la sua risposta, rimanendo nell’ambito della simulazione: infatti diciamo chiaramente agli studenti che la valutazione dell’IA non sostituisce quella dell’esame. Stiamo inoltre sviluppando un tool per supportare i docenti nella progettazione didattica. L’IA può suggerire la struttura di una lezione, ma l’intervento umano resta centrale, soprattutto per correggere eventuali ‘allucinazioni’ dell’algoritmo”. L’uso dell’IA si spinge anche alla generazione automatica di videolezioni: da una semplice presentazione in PowerPoint, con note scritte dal docente, la piattaforma è in grado di creare un contenuto audiovisivo con avatar animato, voce sintetica (anche clone della voce originale) e qualità professionale.
Giovanni Silanos ha offerto una visione complementare: “In Università Cattolica abbiamo avviato un gruppo di lavoro multidisciplinare sulla Digital Organization, con docenti, consulenti esterni e IT manager. L’approccio è cauto, anche per motivi etici ed educativi, perché l’IA può rafforzare l’apprendimento, ma rischia di inibire lo sviluppo di capacità critiche. Stiamo seguendo studi del MIT che stanno approfondendo l’argomento anche se onestamente tutti ne facciamo già esperienza. Dobbiamo chiederci se stiamo assistendo a un cambiamento del modello o a un declino della capacità di apprendere?”. Il tema è stato rilanciato da Bove: “Non possiamo ignorare che gli studenti già usino questi strumenti: la nostra responsabilità è formarli all’uso critico, insegnare come interagire con l’IA per ottenere risultati corretti, includendo la revisione e la valutazione delle risposte generate”. Bonomi ha ribadito l’importanza della formazione dei docenti, anche per quanto riguarda l’IA, perché il suo uso deve essere insegnato, compreso e sperimentato prima ancora che trasmesso agli studenti. Come l’IA può essere un alleato prezioso per i docenti è confermato da Alessandro Vella: “Esempi concreti riguardano l’integrazione visiva e multimediale dell’IA che può generare immagini, video e animazioni coerenti con il contenuto della lezione, rendendo l’apprendimento più coinvolgente. Alcuni strumenti suggeriscono al docente materiali didattici personalizzati in base all’argomento trattato e al livello della classe.
Anche sul tema del monitoraggio dell’attenzione sistemi basati su IA e telecamere intelligenti possono rilevare segnali di distrazione degli studenti (come posture, sguardi, movimenti) e avvisare il docente in tempo reale, permettendo loro di adattare la lezione sul momento, magari con attività interattive o cambi di ritmo nella comunicazione”
Gli aspetti etici dell’uso dell’IA sono stati al centro della riflessione di Damiana Luzi, ispirata al pensiero del filosofo Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Lab dell’Università di Oxford: che vede l’intelligenza artificiale come una nuova condizione dell’agire umano. Se l’IA suggerisce, decide, accompagna, allora entra pienamente nella sfera dell’etica: non è neutra, e influenza il modo in cui apprendiamo e cresciamo. Su questa linea si inserisce anche il pensiero di Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana e all’Università di Seattle, che parla di “algoretica”: un’etica delle decisioni algoritmiche che mette al centro la persona e la sua dignità, non solo l’efficienza del processo. In ambito educativo, questo significa porci alcune domande fondamentali: quali valori incorporiamo nei sistemi? Chi decide cosa è “ottimale” per uno studente? Come garantiamo trasparenza, equità, inclusività, in percorsi che rischiano di essere guidati da logiche opache, impersonali o standardizzanti? Una didattica che si affida all’IA senza interrogarsi su questi aspetti rischia di diventare una pedagogia dell’automatismo, che replica bias, semplifica la complessità e riduce le soggettività a profili di consumo cognitivo. Al contrario, una progettazione consapevole può fare dell’intelligenza artificiale uno strumento di cura educativa: non solo per personalizzare ma per sostenere, ascoltare, includere.
Quando l’aula diventa accessibile per tutti
Nel dibattito sull’innovazione della didattica, l’inclusività non può essere considerata un tema collaterale. Rendere l’ambiente formativo accessibile a tutti — indipendentemente da disabilità sensoriali, neurodivergenze o differenti stili di apprendimento — è oggi una priorità. Le barriere fisiche sono già regolamentate, e di quelle visive siamo mediamente più consci, mentre i problemi di ascolto, che pure sono di primaria importanza e possono realmente interrompere il flusso dell’apprendimento, non sempre sono considerati. L’acustica degli ambienti per la formazione è regolamentata dalla seconda sezione della norma UNI 11532 del 2020, che prende in esame le Caratteristiche acustiche interne di ambienti confinati e i Metodi di progettazione e tecniche di valutazione. “Una norma ben fatta e abbastanza attuale – ha spiegato Trame -, che definisce le linee guida sul tempo di riverberazione, il fattore di maggior disturbo per la comprensione, e sull’intelligibilità del parlato.”
Andrea Gottardo, channel manager Leader di Exhibo, si è invece concentrato sulle vere e proprie ipoacusie e sordità, che possono essere concretamente risolte proprio grazie alla tecnologia: un sistema di ascolto personale che sfrutta il Wi-Fi del campus può consentire a chi ha problemi di udito di ricevere l’audio della lezione sul cellulare, con la possibilità di regolare frequenze e volumi secondo le proprie esigenze uditive: “Tutti usano il cellulare, quindi non c’è più distinzione tra chi ha una disabilità e chi no. È una vera inclusione invisibile. Il sistema è scalabile, consente la traduzione simultanea, di interagire con l’aula attraverso il microfono del dispositivo rendendo l’esperienza didattica più partecipativa, e funziona con un semplice QR code. Le tecnologie per l’inclusione esistono già, spesso integrate in strumenti di uso quotidiano, ma perché diventino realmente efficaci è necessario che siano progettate e adottate in modo sistemico, così che l’aula divenga un ambiente davvero inclusivo”.
I nuovi scenari del lifelong learning
Il concetto di lifelong learning — l’apprendimento permanente lungo l’arco della vita — è oggi al centro delle strategie evolutive delle aziende: le competenze richieste cambiano rapidamente, spingendo lavoratori e professionisti a riqualificarsi con frequenza crescente. La tecnologia, in questo scenario, rappresenta un alleato fondamentale.
“La formazione continua impone sfide specifiche: serve flessibilità, sia negli spazi che nei tempi — ha spiegato Mirko Bove: “Abbiamo progettato aule immersive capaci di eliminare la distanza tra chi è presente fisicamente e chi segue da remoto, dando a tutti la percezione di condividere lo stesso ambiente. Ma a fare davvero la differenza è la possibilità di costruire percorsi brevi, verticali e certificati: le microcredenziali e gli open badge rappresentano oggi strumenti preziosi per tracciare e valorizzare le competenze acquisite, rendendole visibili e spendibili anche su piattaforme professionali come LinkedIn”.
Stefano Bonomi ha posto l’accento sulle difficoltà logistiche e infrastrutturali che frenano spesso la diffusione della formazione executive nelle università pubbliche: “Molte sedi sono vincolate da limiti architettonici o da costi elevati per l’apertura serale e nei weekend. Per questo si stanno sviluppando soluzioni alternative come i Village Labs, spazi di innovazione tecnologica in cui il mondo accademico e quello dell’industria possono collaborare condividendo strutture, strumenti e risorse mettendole a disposizione di studenti, giovani talenti, professionisti e imprese del territorio.”
Progettare insieme il futuro dell’education: il valore della collaborazione
Se c’è un messaggio che questa tavola rotonda ha restituito con forza, è che l’innovazione tecnologica negli ambienti educativi non può prescindere da una visione condivisa. La qualità di un’aula, la funzionalità di un campus o l’efficacia di un sistema multimediale non dipendono solo dalle soluzioni adottate, ma dal grado di collaborazione tra tutti gli attori coinvolti: progettisti, docenti, tecnici, referenti edilizi, system integrator e fornitori di tecnologia. È solo mettendo in dialogo queste figure che si riesce a tradurre un’esigenza educativa in uno spazio realmente efficace e inclusivo.
“È fondamentale uscire dai compartimenti stagni – ha ribadito Silanos – nel progetto del Polo San Francesco ci siamo seduti al tavolo con progettisti, architetti, esperti di tecnologia, logistica e formazione. È stato un lavoro corale che ha permesso di ottenere cambiamenti reali”.
Un’esperienza simile è stata raccontata da Bove: “Progetti come quello del MIND, il nuovo polo di UniMI che nascerà nelle strutture dell’Expo2015, hanno dimostrato quanto sia utile coinvolgere subito i tecnici della multimedialità e dell’acustica. Quando si riesce a fare questo, le criticità diminuiscono e i risultati migliorano.” Stefano Bonomi ha sottolineato l’importanza di questa evoluzione progettuale: “Oggi la sensibilità è cambiata, ma fino a pochi anni fa i progetti partivano dal settore dell’edilizia senza coinvolgere chi si occupava di tecnologie o didattica. Si progettavano aule senza pensare ad esempio a una regia, a una predisposizione impiantistica, a dove mettere il proiettore. È un problema culturale e generazionale, che stiamo iniziando a superare”.
Occasioni di confronto come questa tavola rotonda dimostrano che le idee generano idee. Quando le competenze si incrociano, nascono soluzioni nuove, concrete, capaci di migliorare la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento.
