Lo spazio outdoor come estensione operativa del workplace
Rooftop, terrazze, cortili e giardini cambiano funzione:
da aree residuali destinate alla pausa, diventano ambienti di lavoro a tutti gli effetti. Sono, infatti, progettati per supportare le modalità ibride, rispondere alle attese di benessere dei dipendenti e costruire l’identità aziendale. Un cambiamento strutturale – non una moda –
che ridefinisce i confini tra dentro e fuori
Lavorare all’aperto non è più un’eccezione. Terrazze, rooftop, giardini e cortili stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella progettazione dei luoghi di lavoro, diventando ambienti capaci di ospitare attività che fino a pochi anni fa si sarebbero svolte esclusivamente all’interno dell’ufficio. Il cambio di prospettiva ha fatto sì che lo spazio all’aperto entrasse nel progetto come parte integrante del programma funzionale. Da luogo dove andare tra una riunione e l’altra a luogo dove fare la riunione.
Alla base di questa trasformazione vi è l’evoluzione dei modelli di lavoro e delle città, che ha portato il landscape design a consolidarsi nelle sedi aziendali come componente essenziale per la qualità della vita, l’efficienza e la rigenerazione del tessuto urbano.
“Gli headquarter contemporanei stanno assumendo un ruolo nuovo, meno ‘fortezze’ e più ‘elementi dell’ecosistema urbano’ – afferma Margherita Brianza, fondatrice di Parcnouveau, studio di architettura del paesaggio milanese –. In quest’ottica il paesaggio diventa uno strumento strategico: migliora il benessere delle persone, riduce costi invisibili e contribuisce alla rete ecologica urbana”.
La letteratura scientifica evidenzia con chiarezza il legame tra natura e qualità dell’esperienza lavorativa. Lo studio internazionale “The Global Impact of Biophilic Design in the Workplace” condotto su 7.600 impiegati in 16 Paesi associa la presenza di elementi naturali sul posto di lavoro a un +15% di benessere percepito e a un +6% di produttività auto-riferita, con un impatto economico diretto.
“In questo scenario, la sfida non è più soltanto costruire edifici efficienti, ma integrare gli headquarter nel tessuto urbano come nodi attivi di una rete ecologica più ampia, capaci di generare benefici anche oltre il perimetro aziendale – prosegue Margherita Brianza –. È dunque necessario cambiare paradigma: il paesaggio non come complemento, ma come infrastruttura primaria, capace di generare valore simultaneamente per le persone e per la città. Quando progettiamo il paesaggio di un headquarter, non stiamo semplicemente abbellendo un ufficio, stiamo costruendo un ecosistema che migliora la vita quotidiana di chi lavora e diventa parte integrata di ciò che c’è al di fuori dell’ufficio”.
Il rapporto tra interno ed esterno, tra edificio e spazio pubblico, è al centro di una riflessione progettuale che negli ultimi anni ha trovato una nuova centralità. Lo confermano Michele Rossi e Filippo Pagliani, founding partner di Park: “L’approccio dello Studio ha sempre messo al centro la relazione tra interno ed esterno, lavorando sulla porosità del lotto e sull’integrazione tra spazio pubblico e accesso agli uffici. L’obiettivo è stato fin dall’inizio quello di costruire ambienti ibridi, in cui momenti di pausa e attività produttive possano convivere e sovrapporsi in modo continuo. Con la pandemia questo tema ha subito un’accelerazione decisiva: una condizione emergenziale ha reso evidente il valore degli spazi ibridi, portando il mercato a riconoscere e rafforzare questo approccio. Ne è derivata una convergenza diffusa verso questa visione, che da ricerca progettuale è diventata esigenza condivisa”.
La prospettiva di chi opera a scala globale aggiunge dati quantitativi precisi. Unispace ha condotto ricerche sistematiche sui comportamenti delle persone, che continuano a credere nel valore dell’ufficio, ma sono molto più selettive rispetto ai motivi per cui scelgono di andarci e all’esperienza che questo offre. I risultati descrivono un mercato in cui il rientro in ufficio è strettamente legato con la qualità dell’offerta. Lo spiega Klaus Zoia, studio principal di Unispace Milano: “Nella nostra ultima ricerca globale, il 93% dei dipendenti ha dichiarato che l’ufficio avrà ancora importanza nel 2030, eppure quasi tutti gli intervistati hanno anche rilevato che il proprio workplace necessita di miglioramenti. Questo ci dice che la sfida non consiste semplicemente nel riportare le persone in ufficio ma nel creare luoghi di lavoro che meritino davvero il tragitto casa-lavoro. Gli spazi outdoor svolgono un ruolo importante in questo processo. Introducono naturalmente calma, possibilità di scelta e un tipo diverso di esperienza che molti ambienti di lavoro tradizionali faticano a offrire. Quello che è cambiato è che lo spazio outdoor non viene più percepito come un servizio accessorio, ma come un’estensione funzionale del workplace in grado di supportare diverse modalità di lavoro”.
In questo scenario l’outdoor è uno degli elementi che differenziano l’esperienza dell’ufficio rispetto al lavoro da remoto. La possibilità di scegliere tra ambienti diversi, alternando spazi interni ed esterni nel corso della giornata, contribuisce a rendere il workplace più attrattivo e flessibile. È quanto emerge anche dal racconto de Il Prisma: “Negli ultimi anni l’outdoor è passato dall’essere un ‘nice to have’ a un vero asset strategico nei progetti di workplace – spiega Annalisa Calastretti, BU Director Worksphere, Il Prisma –. Oggi tutti i nostri clienti ci chiedono di affrontare il tema del verde, sia indoor sia outdoor, non più come elemento decorativo, ma come leva di valorizzazione immobiliare, di benessere e, sempre più spesso, come parte delle loro strategie ESG. La richiesta parte quindi dai clienti, ma il nostro ruolo è trasformarla in una visione progettuale integrata, in cui il verde diventa un materiale al pari degli altri, capace di orientare i comportamenti, la qualità dell’esperienza e l’identità aziendale”.
La trasformazione degli spazi esterni riflette dunque quanto avvenuto negli ultimi anni nella progettazione dei luoghi di lavoro, sempre più orientati a interpretare nuovi stili di vita e modalità operative come conferma Monica Pedrali, CEO di Pedrali: “Uffici, terrazze e spazi collaborativi diventano strumenti di efficienza, cultura e innovazione, pensati per chi li abita. Veri e propri hub culturali in cui favorire il senso di appartenenza, promuovere il confronto e la condivisione per agevolare collaborazione, creatività e apprendimento. In questo scenario, anche gli spazi outdoor diventano parte integrante dell’ufficio: aumentano le postazioni all’aria aperta dove poter lavorare oppure rilassarsi, luoghi in cui le persone desiderano stare”.
Anche KE, azienda veneta specializzata in schermature solari, registra con chiarezza questo cambio di paradigma che eleva lo spazio outdoor da elemento accessorio a estensione funzionale e strategica del workplace, come spiega Luca Zanin, che guida la direzione contract: “La domanda si sta orientando verso soluzioni in grado di aumentare la superficie operativa senza interventi edilizi invasivi, supportare nuove modalità di lavoro – informale, collaborativo, ibrido – e contribuire in modo concreto al benessere delle persone. In ambito corporate e contract cresce quindi la richiesta di sistemi integrati, non semplicemente elementi d’arredo, ma architetture leggere capaci di definire spazio, garantire comfort e adattarsi alle diverse condizioni climatiche. Un altro aspetto rilevante è la crescente attenzione alla qualità estetica e alla coerenza progettuale: gli spazi outdoor diventano parte integrante dell’immagine aziendale e della brand identity, soprattutto in contesti come hospitality, headquarter e real estate direzionale”.


Lavorare all’aperto: condizioni e limiti
Sempre più spesso il progetto dell’outdoor assume una logica architettonica. Attraverso vegetazione, dislivelli, schermature e arredi integrati, terrazze e cortili vengono organizzati come una sequenza di ambienti differenziati, con livelli diversi di privacy, esposizione e socialità. Non uno spazio unico, ma una costellazione di ‘stanze’ all’aperto dedicate a concentrazione, incontro o lavoro collaborativo.
Il gap tra intenzione progettuale e uso effettivo è uno dei nodi da affrontare. Quante terrazze aziendali restano vuote per undici mesi l’anno? Quanti rooftop fotografati nei render rimangono semi-inaccessibili, senza connettività, senza ombra adeguata, senza un piano di tavolo che consenta di lavorare davvero?
Risponde Klaus Zoia, distinguendo tra ciò che rende uno spazio outdoor realmente fruibile e ciò che lo riduce a pura scenografia: “La chiave è la progettazione intenzionale. Se lo spazio outdoor viene concepito solo come un luogo per una pausa, sarà usato esattamente in quel modo. Per supportare il lavoro, deve offrire lo stesso livello di funzionalità degli ambienti interni: connettività affidabile, accesso all’energia elettrica, arredi adeguati, schermature e un certo livello di comfort acustico. Quando questi elementi sono presenti, le aree outdoor possono ospitare il lavoro individuale, le riunioni informali e le attività collaborative. Il problema non sta nella visione ma nell’integrazione”.
La stessa lettura, tradotta in requisiti progettuali concreti, arriva da Annalisa Calastretti: “La chiave è progettare l’outdoor come un’estensione funzionale dell’indoor, non come un giardino accessorio. Questo significa garantire comfort climatico (ombreggiamento, ventilazione, protezione dal vento); assicurare privacy visiva e acustica; integrare tecnologia (wi-fi stabile, prese, illuminazione adeguata); prevedere arredi ergonomici e superfici che permettano attività individuali e collaborative. Quando questi elementi sono presenti, il paesaggio diventa un vero ambiente di lavoro ibrido, capace di ospitare riunioni, concentrazione, co-working e momenti informali”.
La trasformazione di questi spazi in ambienti di lavoro reali parte, dunque, da una domanda precisa: quali attività deve supportare questo spazio?
“L’obiettivo è creare ambienti complementari agli uffici tradizionali, dove svolgere specifiche attività che traggono particolare beneficio dal contatto con l’esterno – spiegano Elena Maria Caregnato, head of design, e Camilla Barbieri, furniture solutions director di Tétris Italia –.
La zonizzazione diventa cruciale per supportare diverse modalità lavorative: aree per brainstorming e sessioni creative, spazi per riunioni informali, zone dedicate a pause attive e momenti di riflessione. Ogni area necessita di caratteristiche specifiche, dalle superfici stabili per prendere appunti alle sedute modulari che favoriscano la collaborazione, mantenendo sempre la flessibilità per adattarsi a utilizzi diversi”.
Secondo le progettiste di Tétris, la progettazione degli spazi outdoor richiede una definizione precisa delle attività che questi ambienti sono chiamati a ospitare. Aree dedicate al brainstorming, spazi per incontri informali, luoghi per il lavoro individuale e zone per la pausa attiva rispondono a esigenze differenti e richiedono configurazioni specifiche. L’obiettivo non è replicare l’ufficio all’esterno, ma sfruttare le qualità dell’ambiente aperto per attività che beneficiano maggiormente del contatto con la natura.
A lavorare su questo livello attraverso il paesaggio come strumento attivo è lo studio Park, che applica agli spazi aperti un approccio progettuale e botanico che consente di costruire vere e proprie ‘stanze’ a cielo aperto, calibrando con attenzione condizioni ambientali come vento, esposizione solare e livelli di privacy. Il paesaggio si configura così come uno spazio operativo oltre che contemplativo: aree più intime si alternano a luoghi di aggregazione a carattere più civico, definiti da sedute integrate che diventano veri e propri segni nello spazio aperto. In questo modo, l’esterno si trasforma in un’estensione dell’ambiente lavorativo, capace di accogliere sia attività individuali sia momenti collettivi e creativi.


Comfort climatico e stagionalità
Il comfort climatico è la variabile che determina l’uso reale. Senza protezione adeguata dal sole nelle ore centrali, senza gestione del vento nei rooftop più esposti, senza la possibilità di prolungare l’uso nelle stagioni di transizione, anche il progetto meglio intenzionato resta sulla carta.
“Comfort, clima e stagionalità sono oggi elementi centrali nella progettazione degli spazi outdoor – spiega Luca Zanin –. Il vero salto di qualità consiste nel trasformare questi spazi da ‘stagionali’ ad ambienti utilizzabili per gran parte dell’anno. Le schermature solari giocano un ruolo determinante perché permettono di regolare l’irraggiamento solare nelle diverse ore del giorno, proteggere da vento e intemperie, favorire la ventilazione naturale nei mesi più caldi. Questo consente di creare microclimi controllati e piacevoli, migliorando non solo la fruibilità degli spazi ma anche il benessere psicofisico delle persone”.
In un contesto lavorativo tutto ciò si traduce in maggiore qualità dell’esperienza quotidiana, aumento del tempo di permanenza negli spazi outdoor, supporto a modelli di lavoro più flessibili e informali. In questo senso, il tema della stagionalità non viene più vissuto come un limite, ma come una variabile progettuale da governare attraverso soluzioni tecnologiche e architettoniche evolute.
Declina il tema dal punto di vista dei materiali Carlo Giovanardi, CEO dell’azienda omonima specializzata in tessuti tecnici: “Comfort, clima e stagionalità sono diventati temi centrali nella progettazione degli spazi outdoor contemporanei, soprattutto alla luce di condizioni climatiche sempre più imprevedibili e aggressive. Le prestazioni tecniche e l’innovazione dei nostri materiali nascono proprio per rispondere a queste nuove esigenze: proteggere dal sole, gestire il calore, resistere all’umidità e agli sbalzi climatici, mantenendo nel tempo qualità estetica e funzionale. C’è poi un aspetto legato al benessere psicofisico delle persone: la possibilità di lavorare, incontrarsi o semplicemente fare una pausa in uno spazio outdoor confortevole e ben progettato ha un impatto molto positivo sulla qualità dell’esperienza lavorativa. In questo scenario il tessuto tecnico non è più soltanto un elemento decorativo, ma diventa uno strumento progettuale capace di migliorare concretamente vivibilità, comfort e sostenibilità degli spazi”.
Sul fronte degli arredi Monica Pedrali aggiunge: “L’aumento delle temperature del pianeta comporta che in molti paesi la stagione per trascorrere tempo all’aria aperta è prolungata, e di conseguenza la domanda non segue più una stagionalità rigida, ma è costante durante tutto l’anno. Cresce l’interesse per collezioni outdoor di qualità che si distinguono per materiali all’avanguardia, morbide imbottiture idrorepellenti e tessuti studiati per resistere agli agenti atmosferici, garantendo performance elevate e durabilità. Nello specifico, i nostri arredi outdoor sono pensati per resistere a condizioni climatiche diverse, mantenendo nel tempo funzionalità ed estetica”.


Dispositivi e strumenti: cosa rende possibile il lavoro all’aperto
Come avviene per gli uffici, anche negli spazi esterni è necessario prevedere dotazioni tecnologiche adeguate. È infatti l’insieme di questi elementi a determinare se uno spazio outdoor è realmente fruibile.
Senza connettività, alimentazione elettrica e controllo delle condizioni ambientali lo spazio non può funzionare efficacemente.
Schermature, illuminazione e resistenza agli agenti atmosferici sono fondamentali per garantire la fruibilità durante l’intera giornata e nel corso delle stagioni. L’obiettivo è ridurre ogni forma di attrito, in modo che lavorare all’aperto risulti fluido quanto lavorare all’interno.
Connettività wi-fi potenziata, prese elettriche weatherproof, illuminazione adeguata alle attività nelle ore serali e sistemi di ricarica wireless trasformano lo spazio esterno in un ambiente realmente produttivo, dove la tecnologia si integra discretamente nell’esperienza outdoor.
A fare la differenza è poi la capacità di controllare il microclima che determina l’effettiva utilizzabilità degli spazi durante tutto l’anno. Le pergole bioclimatiche con lamelle orientabili motorizzate offrono la massima versatilità, regolando automaticamente luce e ventilazione. Integrate con sensori meteorologici, si adattano in tempo reale alle condizioni atmosferiche. L’illuminazione LED con sensori di presenza e regolazione automatica garantisce efficienza energetica senza compromettere la funzionalità. La progettazione privilegia soluzioni che riducono l’inquinamento luminoso, adattandosi alla luce naturale disponibile e creando atmosfere appropriate per diverse attività.

Schermature, luce, arredi e materiali
Le soluzioni modulari emergono come scelta privilegiata: non una configurazione fissa, ma un sistema di elementi che si adattano alle diverse attività. Su come si costruisce concretamente questa qualità interviene Luca Zanin che, a proposito delle schermature solari, afferma: “La nostra evoluzione si è sviluppata lungo tre direttrici principali: architettura, innovazione e materiali. Sul fronte dell’architettura e dell’integrazione progettuale, abbiamo lavorato per trasformare la schermatura solare in un vero e proprio elemento architettonico, capace di dialogare con l’edificio e con il progetto degli spazi esterni: linee pulite, modularità e possibilità di personalizzazione, fondamentali nel mondo contract. Per quanto riguarda l’innovazione tecnologica e le prestazioni, grande attenzione è stata data allo sviluppo di soluzioni sempre più performanti: resistenza agli agenti atmosferici, gestione dinamica di luce, ombreggiamento e ventilazione, integrazione di sistemi automatizzati e sensori climatici. Infine, per quanto riguarda i materiali e della sostenibilità, la ricerca è orientata verso durabilità e ridotta manutenzione, tessuti tecnici altamente performanti e processi produttivi più sostenibili”.
Nella selezione degli arredi è necessario trovare il giusto equilibrio tra comfort, durabilità ed estetica come affermano le progettiste di Tétris, “I materiali impiegati nella realizzazione degli arredi devono resistere alle intemperie mantenendo standard ergonomici elevati: alluminio trattato per le strutture, tessuti tecnici idrorepellenti e anti-UV per le sedute, legni certificati con trattamenti specifici per l’esterno. Le sedute outdoor di ultima generazione integrano imbottiture drenanti quick-dry che asciugano rapidamente dopo la pioggia, garantendo utilizzo immediato senza compromettere il comfort. Le soluzioni modulari emergono come scelta privilegiata, permettendo di riconfigurare rapidamente gli spazi secondo le necessità con arredi componibili che si adattano a diverse attività, replicando all’esterno le best practice ergonomiche degli uffici contemporanei. Divani componibili weather-resistant, pouf impilabili e tavoli con piani regolabili in altezza trasformano rooftop e terrazze in veri hub lavorativi multifunzionali, dove ogni elemento resiste a vento e intemperie mantenendo estetica e performance”.
La domanda di mercato per i materiali è dunque evoluta: non si cercano più prodotti che ‘tengano all’esterno’, ma prodotti che abbiano le performance tecniche dell’outdoor e il comfort dell’indoor. “Le aziende cercano ambienti esterni capaci di favorire benessere, socialità, momenti informali di lavoro e relax, mantenendo però standard elevati in termini di comfort, estetica e durabilità – racconta Carlo Giovanardi –. Per quanto riguarda i tessuti tecnici outdoor, osserviamo una crescente attenzione non solo al design e alla qualità estetica, che restano fondamentali, ma soprattutto alle performance tecniche dei materiali. Oggi è imprescindibile poter contare su tessuti che resistano allo scolorimento causato dai raggi UV, alle intemperie, all’umidità, alle muffe e alle macchie quotidiane, mantenendo colori, texture e comfort inalterati nel tempo. Questo vale sia per elementi di arredo come cuscinerie, sedute e divani, sia per sistemi di protezione solare come tende da sole, pergole e ombrelloni. Un altro tema centrale è la manutenzione: il mercato richiede soluzioni facilmente lavabili, pratiche da gestire e progettate per durare a lungo anche in contesti ad alta frequentazione. In generale vediamo una convergenza sempre più forte tra design, tecnologia e benessere: gli spazi outdoor devono essere belli, performanti e contribuire concretamente alla qualità dell’esperienza lavorativa. Negli ultimi anni la nostra ricerca si è concentrata sull’integrazione tra sostenibilità, innovazione tecnologica e alte prestazioni tecniche, sempre guidati da una logica di ecodesign. Abbiamo sviluppato tessuti riciclati e riciclabili nati dal recupero degli scarti di lavorazione delle tende da sole e soluzioni per il benessere ambientale, come il trattamento basato sulla fotocatalisi realizzato in collaborazione con Pureti che, applicato ai tessuti outdoor, svolge una duplice funzione: da un lato rende i tessuti autopulenti contrastando sporco e muffe, dall’altro contribuisce ad abbattere agenti inquinanti, batteri e virus presenti nell’aria. Questo significa trasformare il tessuto in un elemento attivo capace di migliorare la qualità ambientale e il comfort degli spazi. Parallelamente stiamo lavorando su nuovi materiali per l’arredo outdoor, come lastre in resina e fibra riciclata per tavoli e complementi. L’obiettivo è creare soluzioni sempre più circolari, durevoli e coerenti con una progettazione responsabile”.
Pedrali traduce questa evoluzione in un programma di ricerca costante su materiali e design di prodotto. “Vengono ricercate principalmente la qualità e la durabilità dei materiali dei nostri arredi. La funzionalità, inoltre, va di pari passo con il design: un arredo è richiesto e apprezzato quando è funzionale e bello allo stesso tempo. Vengono privilegiati prodotti che possano adattarsi a contesti diversi, arredi leggeri e facili da movimentare, ma anche poltrone o divani soffici e accoglienti, con una conseguente crescente attenzione alle finiture e ai tessuti, ormai paragonabili a quelli utilizzati negli interni. La personalizzazione gioca inoltre un ruolo fondamentale: ogni spazio esterno è unico e riflette la personalità e le esigenze di chi lo vive. La possibilità di creare arredi custom-made rende ogni progetto unico. Si tratta di prodotti che presentano la medesima cura estetica dei prodotti per indoor, capaci di rispondere ai requisiti di durata, efficienza e praticità”.
I progettisti di Park sintetizzano: “Da un lato, i prodotti devono rispondere a requisiti prestazionali sempre più complessi, legati a durabilità, sostenibilità e resistenza agli agenti esterni. Dall’altro, cresce la componente simbolica e narrativa: l’arredo outdoor non è più solo funzione, ma anche dispositivo capace di costruire identità e attrattività. Si sviluppano così sistemi ibridi in cui arredo e paesaggio botanico si integrano sempre più strettamente”.

Verde e biofilia: dal decoro all’infrastruttura
Il verde negli spazi di lavoro ha percorso negli ultimi anni una traiettoria precisa: dall’ornamento al dato prestazionale. Non è più solo estetica, o non dovrebbe esserlo. È regolazione microclimatica, assorbimento acustico, mitigazione delle isole di calore, gestione delle acque meteoriche, connettività ecologica urbana. È infrastruttura.
È la visione su cui lavora Parcnouveau, che Margherita Brianza descrive così: “Il nostro metodo progettuale si fonda su quattro pilastri integrati. Il primo attiene alla progettazione per il benessere psicofisico, applicando principi riconosciuti come i 14 Patterns of Biophilic Design, che integrano luce naturale, acqua, vegetazione e comfort sensoriale. Il secondo riguarda le soluzioni Nature-Based, quindi infrastrutture verdi che permettono di affrontare caldo estremo e piogge intense: superfici permeabili, ombreggiamento vegetale, gestione naturale delle acque.
Il terzo pilastro è finalizzato ad attivare un processo di economia circolare, valorizzando la memoria dei luoghi attraverso il riuso dei materiali e la lettura del suolo, riducendo consumo di risorse e sprechi. Infine, vi è il tema della rigenerazione urbana, che porta a trasformare l’headquarter da cittadella chiusa a tassello di infrastruttura verde urbana, capace di generare microclima, permeabilità, biodiversità e spazi di relazione. Un headquarter non è solo il luogo dove un’azienda lavora – conclude Brianza – è un pezzo di città che può produrre valore pubblico”.
Questo ha conseguenze progettuali concrete. Non basta scegliere le specie giuste: occorre ragionare sulla densità della vegetazione, sull’articolazione degli orizzonti verdi, sul rapporto tra superfici permeabili e impermeabili, sulla continuità ecologica con il contesto urbano circostante.
La luce ha un ruolo fondamentale nella valorizzazione del verde, ne parlano Michele Rossi e Filippo Pagliani: “La luce viene progettata in relazione alle cromie e alla stagionalità della vegetazione. Grande attenzione è dedicata anche alla dimensione notturna: l’obiettivo non è forzare l’ambiente naturale, ma valorizzarlo con un’illuminazione discreta, capace di evitare l’inquinamento luminoso e preservare una qualità più intima dello spazio. La luce artificiale viene quindi calibrata per creare scenari delicati e coerenti con le diverse funzioni del progetto”.
È però la visione di insieme a dare valore al progetto degli spazi esterni, solo così è infatti possibile coinvolgere i cinque sensi e sostenere il benessere e la produttività delle persone. Ne parla Annalisa Calastretti: “La qualità di uno spazio outdoor si gioca sulla capacità di offrire un’esperienza multisensoriale completa. Ombra, ventilazione e riparo restano fondamentali, così come schermature naturali e micro-spazi che garantiscono comfort acustico e riservatezza. Ma ciò che rende davvero piacevole e produttivo lavorare all’aperto è l’insieme dei cinque sensi: la varietà visiva delle stagioni, i profumi delle essenze, il suono dell’acqua o delle foglie, la tattilità dei materiali naturali, fino alla possibilità di coltivare erbe aromatiche o piccoli orti che coinvolgono anche il gusto e creano rituali condivisi. La natura introduce variazione, stimola curiosità e rigenera l’attenzione: un giardino che cambia nel tempo, che offre ombre diverse, fioriture scalari, microclimi e luoghi più o meno raccolti, diventa un ecosistema che sostiene concentrazione, socialità e benessere. Anche gli orti e gli spazi coltivabili contribuiscono alla qualità: prendersi cura delle piante rafforza il senso di comunità e di appartenenza, trasformando l’outdoor in un luogo di impegno collettivo e non solo di fruizione. In sintesi, la qualità nasce dall’equilibrio tra comfort tecnico e ricchezza sensoriale, tra protezione e stimolo, tra funzionalità e vita. Quando questi elementi convivono, l’outdoor diventa uno spazio davvero confortevole, identitario e capace di sostenere il lavoro in tutte le sue forme”.
Con riferimento al biophilic design Elena Maria Caregnato e Camilla Barbieri aggiungono: “La progettazione biofilica supera l’inserimento decorativo di piante, creando ecosistemi che coinvolgono tutti i sensi. Il movimento delle foglie, i profumi di essenze aromatiche, i suoni dell’acqua e le texture naturali contribuiscono a un’esperienza immersiva che favorisce creatività e benessere. La selezione delle specie vegetali richiede competenze specifiche: varietà resistenti al vento per i rooftop, essenze adatte a diverse esposizioni, piante a bassa manutenzione che mantengano attrattiva estetica costante. Sistemi di irrigazione intelligente ottimizzano i consumi idrici monitorando umidità del suolo e previsioni meteorologiche”.


Oltre la moda
C’è infine il rischio che attraversa l’intero dibattito: che l’outdoor workplace diventi fenomeno di superficie.
“Il rischio esiste – dichiara Klaus Zoia –. Come per qualsiasi elemento di design, se viene introdotto senza uno scopo preciso, può diventare superficiale. La chiave è assicurarsi che lo spazio outdoor sia guidato dalla funzione e dai bisogni degli utenti, non solo dall’estetica. Quando è correttamente integrato, diventa una componente preziosa del workplace, non una tendenza passeggera. Per analizzare la fruizione di questi spazi utilizziamo una combinazione di indicatori qualitativi e quantitativi: livelli di utilizzo, tempo di permanenza, feedback dei dipendenti e, sempre più spesso, dati provenienti dagli strumenti di workplace analytics. Non si tratta solo di verificare se lo spazio viene usato, ma di capire come supporta le diverse attività e quanto contribuisce alla soddisfazione e alla performance complessiva”.
Confermano Michele Rossi e Filippo Pagliani: “Lo spazio outdoor non viene interpretato come una tendenza passeggera, bensì come un’evoluzione strutturale del progetto contemporaneo del workplace. La flessibilità degli spazi rappresenta infatti una direzione di lungo periodo, che riguarda in modo trasversale il modo in cui concepiamo il rapporto tra funzioni, usi e tempo dell’architettura”.
A dare misura concreta di questo cambiamento è Il Prisma, che ha osservato direttamente l’evoluzione dei budget destinati all’outdoor nei progetti corporate: “Dal 2017 vediamo una crescita costante dell’interesse, accelerata dalla pandemia e dalle politiche ESG – racconta Annalisa Calastretti –. Oggi il verde è un asset strategico, non un trend estetico. Un’ulteriore conferma è data dall’incremento del budget destinato all’outdoor negli ultimi anni. Prima della pandemia, la media destinata alle aree esterne era 3-4% del budget complessivo. Oggi siamo stabilmente tra 5-6% negli interventi di riqualificazione di immobili di categoria A. Se si sommano le personalizzazioni richieste dai tenant, la quota può arrivare fino al 10%. Questo aumento riflette una maggiore consapevolezza del valore strategico dell’outdoor e del verde”.

Il futuro: connessione e disconnessione
Gli spazi outdoor corporate rappresentano dunque un fenomeno destinato a durare con nuove declinazioni e chiavi di lettura.
Gli spazi outdoor saranno sempre più integrati nell’ecosistema complessivo del workplace, supportati da tecnologie migliori e da soluzioni progettuali più resilienti. L’attenzione sarà rivolta soprattutto a flessibilità, fruibilità e performance nel lungo periodo.
La città diventerà una rete connessa, in cui gli spazi pubblici potranno adattarsi in modo flessibile ai diversi usi e stili di vita. Questa infrastruttura tecnologica permetterà di vivere l’ambiente urbano in maniera più dinamica, integrando attività quotidiane e lavoro in un ecosistema digitale diffuso. Allo stesso tempo, si svilupperà anche la necessità opposta: quella di poter ‘staccare’. Il futuro degli spazi non sarà solo connettività, ma anche possibilità di disconnessione consapevole. Sarà quindi fondamentale progettare ambienti che consentano di scegliere tra immersione nella dimensione digitale o isolamento volontario, per ritrovare momenti di intimità e relazione autentica, anche in contesti collettivi.
“Gli spazi di lavoro all’aperto evolveranno da semplice estensione dell’indoor a vere infrastrutture strategiche, capaci di generare valore culturale, ambientale e organizzativo – racconta Annalisa Calastretti –. Diventeranno ecosistemi ibridi in cui natura, tecnologia e comfort si intrecciano per creare ambienti produttivi, rigenerativi e identitari. Vedremo outdoor sempre più resilienti, progettati per rispondere ai cambiamenti climatici attraverso soluzioni come rain garden, sistemi di drenaggio naturale, vegetazione che mitiga l’isola di calore e microclimi che rendono gli spazi vivibili tutto l’anno. Parallelamente, crescerà l’integrazione tecnologica: illuminazione intelligente, connessioni stabili, arredi professionali e schermature climatiche evolute renderanno l’outdoor un luogo di lavoro a tutti gli effetti. Ma l’evoluzione più interessante sarà culturale: gli spazi esterni diventeranno luoghi di relazione e cura, dove la natura non è solo scenografia ma materia progettuale che coinvolge i cinque sensi, cambia con le stagioni, stimola creatività e benessere, e invita alla partecipazione. Orti, giardini aromatici e aree coltivabili rafforzeranno il senso di comunità e di responsabilità condivisa, trasformando l’outdoor in un laboratorio di identità aziendale. In sintesi, l’outdoor del futuro sarà un paesaggio abitabile, capace di sostenere lavoro, rigenerazione, socialità e cultura organizzativa”.
Fuori dai confini, dunque. Non solo come gesto progettuale, ma come direzione culturale. Lo spazio outdoor del workplace contemporaneo non è un’aggiunta, è una scelta. Dice dove si vuole andare come azienda, come si trattano le persone, che rapporto si vuole avere con la città. E sempre di più, con la tecnologia che segue le persone ovunque e il benessere che scala la gerarchia delle priorità aziendali, quel confine tra dentro e fuori diventerà ancora meno rilevante. Ciò che conterà è la qualità dello spazio, ovunque si trovi.
