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Knowledge campus: quando il progetto dell’ufficio guarda al quartiere

Un modello in cui il luogo, non solo un edificio, abilita collaborazione, riduce gli attriti quotidiani e rafforza la cultura aziendale

Per anni progettare un ufficio ha voluto dire ragionare sull’edificio: metratura, layout, illuminazione, acustica. Un modello descritto di recente da Harvard Business Review, il knowledge campus, sposta l’unità di analisi al quartiere. Le aziende della conoscenza tornano a scegliere aree urbane dense, multifunzionali, ben collegate al trasporto pubblico, dove lavoro, residenza, servizi e cultura convivono in prossimità. Un approfondimento pubblicato su Limitless Workspace ricostruisce il modello e propone una metrica per leggerlo, il Return on Place: quanto un luogo, non solo un edificio, abilita collaborazione, riduce gli attriti quotidiani e rafforza la cultura aziendale.

Il quartiere come parte del progetto

Il modello si fonda su quattro dimensioni: diversità funzionale, densità delle interazioni, presenza di cluster settoriali affini, connettività ai trasporti. Per chi progetta e gestisce spazi ufficio, la conseguenza pratica è che il layout smette di essere un esercizio chiuso dentro i confini del building. Reception, aree comuni, spazi per eventi e servizi condivisi diventano gli strumenti con cui un distretto, non solo un piano, produce gli incontri informali che sostengono collaborazione e apprendimento. È una scala di progetto più ampia, che chiede di leggere l’ufficio come nodo di un sistema urbano.

MIND, il distretto che mette alla prova il modello

A Milano, MIND – Milano Innovation District offre un caso concreto. Sviluppato da Lendlease sull’area dell’ex Expo 2015, il distretto ha costruito nel tempo un cluster riconoscibile nelle life sciences, con presenze come Human Technopole e AstraZeneca. Ricerca, sanità, formazione e impresa convivono in uno stesso perimetro, con l’obiettivo dichiarato di generare contaminazione tra organizzazioni diverse: esattamente le prime tre dimensioni del modello knowledge campus. La connettività resta la variabile su cui un distretto periurbano come MIND continua a lavorare.

The Hive: la reception diventa spazio comune

Dentro MIND, il layout entra in gioco alla scala dell’edificio attraverso The Hive, il business center di 2.500 metri quadri gestito da Stella33. L’intervento più significativo riguarda l’ingresso: il tradizionale front desk è stato sostituito da un tavolo comune, e il personale opera come community e hospitality manager piuttosto che come filtro di accesso. La reception, da zona di passaggio, diventa spazio di lavoro informale e di incontro tra aziende diverse, integrato con il sistema di sale riunioni.

Il layout flessibile, uffici privati, coworking, sale meeting configurabili, permette a tenant di dimensioni molto diverse, dalla farmaceutica Glenmark a Nikon, da Bracco a realtà più piccole, di condividere lo stesso strato di servizio senza i vincoli di un contratto di locazione tradizionale. Il punto di vista di chi valuta se insediarsi nel distretto è raccontato anche da Stella33, che descrive The Hive come porta di ingresso a MIND.

Cosa cambia per chi progetta

Per progettisti e facility manager, il modello knowledge campus sposta l’attenzione dal singolo ambiente al sistema di relazioni che il layout può attivare o inibire. Vale per gli ingressi, ripensati come luoghi di sosta e non solo di transito. Vale per la configurabilità degli spazi, necessaria quando il building ospita tenant con esigenze e orizzonti temporali diversi. E vale per i servizi comuni, che smettono di essere una dotazione accessoria e diventano lo strumento con cui un edificio si integra nel distretto che lo circonda. La qualità del layout, in altre parole, si misura sempre più anche fuori dal perimetro dell’ufficio.


A cura della redazione

Officelayout è la rivista di Soiel International, in versione cartacea e on-line, dedicata ai temi della progettazione, allestimento e gestione degli spazi ufficio e degli edifici del terziario