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Indoor air quality: tra salute, cultura e governo degli spazi

Negli uffici contemporanei l’aria è il principale determinante ambientale della salute, ma resta una delle variabili meno conosciute e governate. Tra costi sanitari invisibili, lacune formative, nuove norme europee, rendicontazione ESG e sistemi di monitoraggio predittivo, la qualità dell’aria indoor (IAQ) esce dal perimetro tecnico e diventa una questione strategica

Respiriamo circa 20.000 volte al giorno. Più del 90% di questi respiri avviene in ambienti chiusi: case, scuole, ospedali, uffici. Eppure, in questi ambienti, la qualità dell’aria continua a essere trattata come una variabile tecnica secondaria, spesso subordinata al contenimento dei consumi energetici, alla conformità impiantistica o alla certificazione formale. Il paradosso è evidente: l’aria è il principale determinante ambientale della salute, ma raramente entra nel Documento di Valutazione del Rischio con la stessa centralità riservata ad altri fattori. È invisibile, e proprio per questo tende a essere sottostimata. Non produce allarmi immediati, non genera emergenze percepibili nel breve termine, ma agisce in modo continuo sulla capacità di concentrazione, sulla qualità delle decisioni, sul comfort, sull’assenteismo, sulla produttività e sulla soddisfazione.

Negli ultimi anni qualcosa è cambiato: la pandemia ha riportato l’attenzione sul ricambio d’aria; le direttive europee hanno rafforzato il legame tra efficienza energetica e salubrità degli edifici; i protocolli ambientali hanno introdotto criteri misurabili di monitoraggio continuo, mentre la rendicontazione ESG ha trasformato salute e benessere in parametri osservabili e confrontabili. 

Allo stesso tempo, la tecnologia ha reso possibile una lettura in tempo reale di parametri come CO2, VOC, particolato, temperatura e umidità, aprendo la strada a modelli predittivi e benchmarking tra edifici. 

Eppure, tra disponibilità tecnologica e reale governo della qualità dell’aria esiste ancora uno scarto. È uno scarto culturale, prima ancora che tecnico. La qualità dell’aria indoor non è più solo un tema impiantistico: è una questione di diagnosi preventiva, di progettazione consapevole, di gestione continua, di formazione. È un indicatore di responsabilità organizzativa e di maturità gestionale. La IAQ è il punto in cui si incontrano salute pubblica, progettazione architettonica, facility management, consulenza immobiliare e strategia aziendale. È una questione di dati, di livelli di concentrazione degli inquinanti, di durata dell’esposizione, ma anche di consapevolezza. Di sensori, ma anche di formazione. Di impianti, ma soprattutto di persone. Dunque, la qualità dell’aria non riguarda soltanto ciò che respiriamo, ma il modo in cui decidiamo di governare gli spazi in cui lavoriamo. 

I sensori di qualità dell’aria Axis consentono di rilevare e analizzare in tempo reale un’ampia gamma di parametri ambientali: particolato (PM), anidride carbonica (CO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili (VOC), temperatura e umidità relativa, oltre alla presenza di fumo, comprese sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato. L’insieme di questi dati fornisce una visione completa della salubrità degli ambienti interni, supportando interventi tempestivi e mirati
Il giardino verticale indoor Benetti Moss di Benetti, realizzato con lichene naturale stabilizzato al 100%, installabile a parete o soffitto, regola naturalmente l’umidità ambientale assorbendo l’umidità in eccesso e rilasciandola quando l’aria diventa troppo secca. Il materiale non attira polvere, è ignifugo e contribuisce all’assorbimento acustico

Il costo nascosto: non l’energia, ma le persone

Negli uffici – dove trascorriamo la parte più consistente della nostra vita attiva – l’aria che respiriamo incide in modo diretto su concentrazione, lucidità decisionale, benessere fisico. Eppure, la qualità dell’aria indoor continua a essere percepita come una variabile tecnica accessoria, spesso subordinata al tema dell’efficienza energetica. La prima reazione, quando si parla di IAQ, è pensare al costo dei ricambi d’aria o all’impatto energetico degli impianti. In realtà, come sottolineano Riccardo Hopps e Laura Scrimieri, ceo e co-founder di OGB: “In un edificio a uso uffici, il costo principale non è l’energia, ma le persone. Anche una riduzione marginale della capacità di concentrazione, un incremento dell’assenteismo o l’aumento di patologie respiratorie leggere possono generare impatti economici di gran lunga superiori ai risparmi ottenuti comprimendo la ventilazione”. La qualità dell’aria diventa così una variabile che incide sulla produttività e, indirettamente, sul valore immobiliare dell’asset. Si tratta di un impatto progressivo, che si manifesta in piccoli segnali: più pause, maggiore irritabilità, difficoltà di concentrazione nel pomeriggio. Indicatori che raramente vengono collegati alla qualità ambientale, ma che nel tempo incidono sui risultati complessivi. 

Ernesto Lombardi, ceo e founder di iComfort, riporta la questione a una dimensione ancora più essenziale: “Io credo che il tema sicuramente sia il costo sanitario. Il punto non è l’esposizione occasionale, ma quella continuativa. Noi siamo esposti negli spazi esterni più inquinati per poco tempo, mentre respiriamo l’aria indoor per oltre 16 ore al giorno. L’aria interna è dunque una condizione pressoché permanente e le cause di un’impennata degli inquinanti possono essere fattori insospettabili. Un dettaglio apparentemente innocuo, come per esempio la presenza di buste di plastica vicino a una fonte di calore, può essere la causa di una elevata concentrazione di composti organici volatili. In ambienti indoor, i VOC possono raggiungere concentrazioni superiori rispetto all’esterno, soprattutto in presenza di materiali sintetici e fonti di calore (range stimato da studi EPA e EEA). Lo stesso può accadere negli uffici, dove prodotti per la pulizia, arredi, materiali, stampanti o sale tecniche incidono in modo rilevante sui livelli di inquinanti”.

Aggiunge Giorgio Gualandri, marketing coordinator di Fellowes: “Una scarsa qualità dell’aria indoor rappresenta una perdita silenziosa di salute e performance: più giornate di malattia (specie in inverno, quando virus respiratori e ambienti chiusi si sommano) e cali di attenzione e produttività che non vediamo a occhio nudo. Migliorare ventilazione, filtrazione e purificazione riduce la diffusione dei virus respiratori e i relativi impatti”.

Eppure molte aziende si accorgono della qualità dell’aria solo quando emerge un problema evidente – odori, malessere diffuso, segnalazioni interne. Quando invece la gestione dovrebbe essere preventiva, strutturata, integrata nei processi di facility management fin dall’inizio come sottolinea Guido Cannavicci, head of sales di Aircare: “È sulla persona che si misura l’impatto reale della qualità dell’aria, del comfort e delle scelte tecnologiche. Il vero problema, dunque, non è tanto l’aria in sé, quanto non misurarla e non governarla, lasciando che un fattore chiave delle performance e del benessere rimanga fuori dalle strategie di gestione degli edifici”.

A maggior ragione se si considera che il ‘costo nascosto’ dell’aria indoor non è soltanto sanitario in senso stretto, ma riguarda l’efficienza cognitiva e organizzativa come racconta Paolo Bruno, general manager di Ispira Group: “Accanto alla dimensione sanitaria, esiste una dimensione relazionale e organizzativa. In un contesto in cui le aziende faticano a ricostruire il senso di appartenenza e la coesione dopo l’esperienza dello smart working, un ambiente indoor percepito come poco salubre compromette il benessere, la qualità delle interazioni e l’attrattività dell’ufficio come luogo di collaborazione. Nel breve termine, quindi, la scarsa qualità dell’aria incide su produttività, coesione sociale e reputazione aziendale. Nel lungo periodo, può tradursi in un aggravio dei costi indiretti legati ad assenteismo, turnover e perdita di attrattività del brand”.

Appare dunque evidente come in un contesto in cui gli investitori attribuiscono crescente rilevanza ai criteri ESG, la qualità dell’aria assume una valenza che supera la dimensione impiantistica: è una leva di creazione di valore e di competitività. E proprio per la sottovalutazione della sua importanza appare oggi come una delle contraddizioni più evidenti nella progettazione e gestione degli spazi di lavoro contemporanei.

Prodotto da Bticino, Weoz è la piattaforma di gestione integrata degli ambienti che coordina illuminazione, HVAC, prese elettriche e qualità dell’aria tramite multisensori distribuiti negli spazi. Tra i parametri controllati vi sono qualità dell’aria, termoregolazione in base agli orari di utilizzo, rilevamento della presenza, monitoraggio dei consumi e parametri ambientali come rumorosità

L’aria giusta per ogni contesto, come intervenire

La qualità dell’aria è il risultato di un insieme di variabili che devono essere gestite in modo coordinato. Spiegano Cesare Galli e Andrea Vinci, direzione tecnica e operativa di Sodexo/Ri.Co: “Temperatura, umidità relativa, velocità, portata e rumorosità dei flussi d’aria si influenzano reciprocamente e determinano insieme il comfort percepito dagli occupanti. La temperatura incide sul metabolismo e parallelamente sulla concentrazione. L’umidità, se troppo bassa, favorisce l’irritazione delle vie respiratorie e la proliferazione di cariche batteriche; se troppo elevata, può generare la muffa e il degrado delle superfici. Il rumore ha effetti dimostrati sulla produttività e sul livello di stress dei lavoratori. Un approccio serio alla IAQ li considera tutti, in modo simultaneo. Inoltre, il contesto in cui ci si trova determina le priorità tecniche. In una sede con molti uffici, i parametri critici riguardano il comfort termico, il flussaggio silenzioso e la concentrazione di CO2 nelle sale riunioni ad alta densità. In un impianto manifatturiero, l’attenzione si sposta sul controllo della contaminazione, sulla gestione delle polveri sottili e sulla pressione differenziale tra aree con requisiti diversi. In un presidio ospedaliero o in una camera operatoria, la filtrazione microbiologica e il controllo dei flussi d’aria assumono un valore critico per la sicurezza dei pazienti e del personale sanitario”. La sfida per chi gestisce gli impianti è dunque costruire una risposta tecnica che integri tutte queste variabili in tempo reale, adattandosi ai cambiamenti di utilizzo degli spazi durante la giornata.

Il primo passo per raggiundìgere l’obiettivo è la definizione di un piano che, a partire da una diagnosi tecnica approfondita, definisca gli assi di miglioramento e l’analisi tecnico-economica costi-benefici. Progettando gli interventi si va dunque a ottimizzazare ventilazione, trattamento dell’aria e dei sistemi di regolazione. Seguono le fasi di verifica e collaudo (misure di ricezione post-intervento e validazione delle performance). E il monitoraggio nel tempo: controllo continuo o periodico per intercettare eventuali derive e garantire la conservazione dei benefici.

“Migliorare la qualità dell’aria prevede una metodologia di misurazione pre e post intervento, che si estende su periodi di almeno quattro stagioni. Questo perché i parametri ambientali indoor possono variare in misura rilevante tra inverno ed estate, in funzione degli impianti HVAC e delle condizioni esterne  – specifica Ernesto Lombardi. Vengono condotti incontri periodici con i nostri clienti per ottimizzare i parametri e, se necessario, fornire dati e informazioni per riprogettare gli spazi.

I dati e le informazioni vengono poi utilizzati in funzione dell’obiettivo: quelli per la sostenibilità vengono riaggregati e forniti alle piattaforme ESG o per le certificazioni di sostenibilità (WELL, LEED, Fitwel, BREEAM) o per sistemi di gestione pertinenti (ISO 50001). Un ulteriore ambito di applicazione riguarda la comunicazione ai dipendenti in tempo reale tramite monitor e totem”.

Conclude Paolo Bruno: “Il coinvolgimento degli attori chiave è essenziale. Il progettista integra i requisiti ambientali nel concept; il facility manager ha un ruolo centrale nella gestione operativa e manutentiva; le persone in azienda devono essere informate e sensibilizzate per comprendere il valore delle azioni intraprese”.

I purificatori Array e il software Viewpoint sono stati sviluppati da Fellowes in modo da permettere: monitoraggio continuo (PM2.5, CO2, TVOC, T/RH) per un’ottimizzazione di portate, ricircoli e purificazione locale, mantenendo aria salubre con meno energia e manutenzione predittiva grazie alla gestione dello stato di usura dei filtri
Tradizionalmente, il monitoraggio della qualità dell’aria si è basato su sensori standalone e interventi reattivi, con il risultato di dati frammentati e sistemi che operano in silos. I sistemi di illuminazione offrono nuove opportunità mettendo a disposizione reti di sensori capillari. In quest’ottica, il sistema Helvar Senses permette il monitoraggio della qualità dell’aria, della temperatura e del rumore direttamente nel sistema di controllo dell’illuminazione

Il vuoto culturale: la prevenzione primaria che manca

Prevenzione primaria significa intervenire prima che il problema si manifesti, non correggerlo quando è già evidente. Se la tecnologia evolve e il quadro normativo si struttura, per l’Istituto Superiore di Sanità il vero nodo resta culturale. Gaetano Settimo, coordinatore del Gruppo di Studio Nazionale Inquinamento Indoor dell’ISS, lo dice senza ambiguità: “Quello che è riconosciuto come il principale determinante della salute è un tema fortemente sconosciuto”. Il paradosso è evidente. Negli ultimi anni l’ISS ha prodotto numerosi rapporti ISTISAN, documenti guida, indicazioni operative per scuole, ospedali e uffici. Nel 2025 è stata pubblicata anche la Norma UNI 11976, che ha consolidato metodologie e criteri. Eppure, osserva Settimo, “Abbiamo prodotto numerosi documenti di riferimento che rappresentano lo stato dell’arte sul tema e che sono utilizzati anche a livello internazionale e perfino dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. È difficile comprendere come un professionista che opera in questo ambito possa non considerarli parte del proprio patrimonio tecnico”.

La distanza tra produzione scientifica e pratica quotidiana emerge soprattutto nei luoghi di lavoro. Quando si chiede di visionare il Documento di Valutazione del Rischio, la qualità dell’aria indoor spesso non compare. Il documento contiene tabelle, procedure, planimetrie, dispositivi di protezione. L’aria, invece, resta implicita, come se fosse una condizione neutra e non una variabile da governare. Lo conferma Settimo: “Spesso la qualità dell’aria non compare nel Documento di Valutazione del Rischio. È un’omissione che riflette una carenza di sensibilità e di aggiornamento professionale”. Eppure, l’atto respiratorio è continuo, costante, inevitabile. “Il rischio incendio è prossimo a zero rispetto all’atto respiratorio che è costante. Nonostante questo, la cultura diffusa è fortissima sull’antincendio e molto più debole sulla qualità dell’aria”. Negli ambienti professionali troviamo estintori, porte tagliafuoco, planimetrie di evacuazione, segnaletica di sicurezza. Molto più raramente troviamo indicazioni chiare sulla gestione dell’aria. La formazione obbligatoria copre videoterminali, ergonomia, antincendio, ma “difficilmente viene somministrata una formazione dedicata sulla qualità dell’aria indoor”. Per Settimo il problema nasce anche da una cultura professionale ancorata a modelli di igiene industriale tradizionale, poco aggiornati rispetto alla trasformazione degli spazi contemporanei, tra layout dinamici, digitalizzazione e IoT. “Le competenze tecniche sono a scadenza, richiedono aggiornamento continuo. Senza formazione costante, la valutazione dei rischi resta inevitabilmente incompleta”. La qualità dell’aria, insiste, non può essere ridotta a un tema impiantistico. “La qualità dell’aria indoor non è solo un approccio tecnologico”. L’esempio più semplice: “Il ricambio dell’aria inizia già da una maggiore attenzione all’apertura delle finestre. Non è semplicemente ingresso e uscita dell’aria. È gestione dell’umidità relativa, della temperatura, della distribuzione omogenea dei flussi”. E qui emerge un’altra criticità: la separazione tra progetto impiantistico e salvaguardia sanitaria. “Si parla di prestazioni quasi sempre impiantistiche ed energetiche e mai di salvaguardia del luogo a cui è deputato l’impianto”. Anche parole molto utilizzate come comfort e benessere rischiano di restare vaghe: “Termini come comfort e benessere, se non sono accompagnati da parametri sanitari misurabili, restano concetti privi di reale significato tecnico”.

La soluzione, per l’ISS, non è una singola tecnologia o una certificazione isolata, ma una strategia multilivello. “Nessuna singola azione porta al raggiungimento dell’obiettivo di una maggiore qualità dell’aria”. Servono diagnosi corrette, progettazione consapevole, manutenzione, formazione e una cultura diffusa della prevenzione primaria. Senza questo passaggio culturale, anche le norme più avanzate rischiano di restare sulla carta.

Il sistema di ventilazione meccanica controllata Vmc a semplice flusso di Irsap garantisce ricambio d’aria costante, prevenzione di muffe e condense e integrazione discreta negli ambienti senza modificare volumi e configurazione architettonica

Norme, ESG, protocolli e governance spingono la domanda, ma la tecnologia da sola non basta

Se la dimensione sanitaria rende evidente l’urgenza, è il quadro normativo ed economico a trasformare la qualità dell’aria indoor in un requisito strategico. Riccardo Hopps e Laura Scrimieri lo collocano chiaramente dentro il perimetro della gestione immobiliare: “In un mercato in cui gli investitori attribuiscono crescente rilevanza ai criteri ESG, la qualità dell’aria indoor assume nuove valenze. Dal punto di vista della S (Social), la qualità dell’aria incide direttamente sulla salute, sul benessere e sulla produttività degli occupanti rafforzando, al tempo stesso, responsabilità sociale della proprietà o del gestore dell’immobile nei confronti degli utenti, dimostrando un’attenzione concreta al capitale umano. Mentre sul piano della G (Governance), la qualità dell’aria diventa un indicatore misurabile e rendicontabile, integrabile nei sistemi di monitoraggio, nei report di sostenibilità e nelle strategie di gestione del rischio”. 

In questa prospettiva la qualità dell’aria incide sulla creazione di valore, sulla gestione del rischio e sulla credibilità ESG dell’asset immobiliare.

Anche Paolo Bruno conferma il cambio di paradigma: “L’evoluzione normativa europea e nazionale sta progressivamente trasformando la qualità dell’aria indoor da tema tecnico a requisito strategico. A ciò si aggiunge la spinta dei protocolli ambientali volontari che introducono criteri misurabili e verificabili legati alla ventilazione, al controllo dei VOC e al monitoraggio continuo. Un esempio emblematico è il decreto francese sulla sorveglianza obbligatoria della qualità dell’aria indoor negli edifici aperti al pubblico, che ha imposto protocolli di misura chiari e progressivamente aggiornati sulla base dei ritorni di esperienza. Questo tipo di approccio ha strutturato la domanda, creando un mercato più consapevole e metodologicamente solido. Sul fronte dell’offerta, tuttavia, si osserva ancora una certa frammentazione: soluzioni tecnologiche avanzate non sempre sono accompagnate da competenze adeguate in fase di diagnosi, progettazione e gestione. L’esempio tipico è quello di edifici dotati di numerosi sensori ma privi di un reale piano di gestione dei dati o di tecnici in grado di ottimizzare sistemi di ventilazione asserviti alle concentrazioni di CO2 o ad altri parametri ambientali. La tecnologia è disponibile; ciò che manca, talvolta, è la governance tecnica del sistema edificio–impianto–monitoraggio”.

L’evoluzione delle direttive europee si riflette sul mercato in una trasformazione delle priorità di domanda e offerta, ne parla Giorgio Gualandri: “La nuova normativa EPBD (Direttiva 2024/1275) ha inserito la qualità dell’aria tra le priorità: per i nuovi edifici residenziali e non a zero emissioni (e per molte ristrutturazioni) sono previsti dispositivi di monitoraggio e regolazione della IAQ. In parallelo, la nuova Direttiva Aria Ambiente ha limiti 2030 più vicini alle linee dell’OMS: la spinta a ridurre PM2.5/NO2 rafforza la domanda di soluzioni integrate (monitoraggio continuo, purificazione, integrazione BMS) capaci di dimostrare i risultati”. 

Cannavicci osserva: “Il quadro regolatorio è ancora frammentato e debole: esistono linee guida, raccomandazioni e riferimenti indiretti (salute, sicurezza, benessere), ma pochi vincoli stringenti. Tuttavia, il contesto attuale sta comunque spingendo la domanda verso soluzioni di monitoraggio e trasparenza dei dati, mentre l’offerta si sta muovendo in anticipo, preparando il terreno a un futuro in cui l’IAQ diventerà un requisito strutturale, non solo volontario”.

Qui il quadro normativo incontra la catena del valore. Hopps e Scrimieri ricordano: “La revisione della direttiva EPBD ha rafforzato il concetto di edificio non solo efficiente dal punto di vista energetico, ma anche salubre e monitorato, introducendo un approccio più strutturato alla qualità dell’ambiente interno e alla digitalizzazione degli impianti. Parallelamente, la CSRD e la Tassonomia UE stanno spingendo investitori e grandi utilizzatori a rendicontare in modo trasparente temi legati alla salute e al benessere degli occupanti.

Dal lato della domanda, osserviamo una crescente richiesta, da parte di investitori istituzionali e tenant corporate, di edifici dotati di sistemi di monitoraggio continuo della IAQ, con dati tracciabili e integrabili nei report di sostenibilità. A questa esigenza si affianca l’attenzione verso sistemi di ventilazione conformi agli standard più aggiornati e verso la presenza di sensoristica per il monitoraggio di CO2 e altri inquinanti indoor, elementi che stanno diventando veri e propri criteri di valutazione del rischio nei processi decisionali. Dal lato dell’offerta, il mercato si sta rapidamente adattando. I produttori di sistemi HVAC stanno investendo in soluzioni più efficienti e intelligenti, i fornitori di tecnologie digitali propongono piattaforme di monitoraggio in tempo reale, mentre i progettisti sono chiamati a integrare sin dalle fasi iniziali requisiti di qualità dell’aria coerenti con standard come la EN 16798 e con i protocolli di certificazione ambientale LEED, WELL, BREEAM, RESET, ecc. L’aria indoor sta quindi diventando un ambito di innovazione tecnologica e di differenziazione competitiva”.

Al cambio di prospettiva sostenuto dalle nuove normative, si aggiunge l’evoluzione portata dai CAM Edilizia (Criteri Ambientali Minimi), che introducono requisiti sempre più stringenti in materia di emissioni dei materiali, salubrità degli ambienti e tracciabilità delle prestazioni. Spiega Stefano Miazzo, export and marketing department Newfloor: “I CAM non si limitano a valutare l’impatto ambientale dei prodotti, ma richiedono un approccio integrato che tenga conto della qualità dell’aria indoor lungo tutto il ciclo di vita dell’edificio. In questo scenario, il concetto di IAQ si evolve verso un nuovo paradigma, che combina monitoraggio continuo, scelta consapevole dei materiali e integrazione tra progettazione architettonica e design tecnico. Sensori, sistemi di controllo e strategie impiantistiche diventano strumenti fondamentali, ma è soprattutto la selezione dei materiali a fare la differenza: superfici, pavimenti e rivestimenti contribuiscono in modo diretto alla presenza o alla riduzione di composti organici volatili (VOC) negli ambienti chiusi”.

L’apparecchio di illuminazione Aira Luce di Mares con purificazione dell’aria integrata si basa su una tecnologia al plasma, che neutralizza e rimuove fino al 98% di odori sgradevoli, virus, pollini, batteri e allergeni. Installabile come plafoniera o applique, è disponibile in versioni tonde o ovali e nella variante specchio
Le pavimentazioni sopraelevate Newfloor sono certificate Biosafe, che attesta le prestazioni dei materiali in termini di basse emissioni di sostanze nocive. Il pavimento sopraelevato assume così un ruolo strategico: non solo infrastruttura tecnica per la gestione degli impianti, ma vera e propria superficie attiva, capace di influenzare comfort, salubrità e performance complessive dello spazio

Tecnologia, intelligenza artificiale e governo del dato

Se la norma definisce l’obiettivo, è il dato a renderlo operativo. Ma la disponibilità di sensori e piattaforme digitali non basta. Negli ultimi anni molti edifici si sono riempiti di dispositivi intelligenti: schermi che mostrano valori in tempo reale, dashboard, grafici dettagliati. Ma un numero, da solo, non cambia l’aria di una stanza se non è inserito in un processo decisionale.

Paolo Bruno descrive con precisione l’evoluzione tecnologica, passo fondamentale per lo sviluppo di una cultura condivisa sul tema: “Oggi è possibile monitorare in continuo CO2, VOC, particolato e parametri di comfort con livelli di dettaglio impensabili fino a pochi anni fa. L’intelligenza artificiale consente di individuare correlazioni tra occupazione, ventilazione e qualità dell’aria; anticipare derive prestazionali degli impianti; costruire benchmark tra edifici e sviluppare modelli predittivi di performance ambientale. Tuttavia, questi strumenti devono essere governati con rigore metodologico. Gli indicatori devono essere armonizzati, confrontabili e coerenti con protocolli di riferimento scientificamente validati. Il rischio, altrimenti, è generare una sovrapproduzione di dati non strutturati, che non si traduce in un reale miglioramento della qualità dell’aria. La tecnologia è un mezzo, non un fine: il suo valore si misura nella capacità di produrre miglioramenti oggettivi, misurabili e ripetibili nel tempo”.

La misurabilità è decisiva anche per la credibilità interna. Le aziende che investono in qualità dell’aria devono poter dimostrare con dati oggettivi il miglioramento delle condizioni ambientali. La trasparenza nei confronti dei dipendenti è parte integrante della strategia e gli strumenti ci sono. Ne parla Giorgio Gualandri: “Dashboard e comunicazione consentono di mostrare in tempo reale valori di PM2.5/CO2/TVOC come richiesto dalla certificazione WELL, aumentando fiducia e aderenza ai comportamenti corretti (es. evitare sovraffollamenti in sale riunioni). Sistemi di alert intelligenti permettono ai facility manager di gestire correttamente i dispositivi connessi in rete da remoto. Infine, i dati raccolti dai dispositivi sono integrabili in un sistema di BMS in modo da ottimizzare i consumi della struttura”.

Secondo Riccardo Hopps e Laura Scrimieri: “L’aspetto più rilevante dal punto di vista immobiliare è la possibilità di fare benchmarking tra edifici e portafogli. La standardizzazione dei dati consente di confrontare le performance ambientali, i livelli di IAQ e i consumi energetici tra asset diversi, supportando le decisioni di investimento, le strategie di retrofit e il reporting ESG. In questo senso, l’intelligenza artificiale diventa uno strumento di governance, non solo di gestione tecnica. I vantaggi dell’evoluzione tecnologica e dell’intelligenza artificiale sono indubbi, ma è fondamentale mantenere una visione critica e consapevole delle problematiche correlate. Oggi il vero tema non è tanto la capacità di raccogliere dati, quanto la capacità di selezionare, interpretare e gestire quelli realmente funzionali agli obiettivi dell’edificio e degli investitori. La disponibilità di sensoristica diffusa e piattaforme digitali rende possibile generare enormi quantità di informazioni, ma senza una chiara strategia il rischio è quello di accumulare dati che non producono valore, aumentando complessità, costi di gestione e potenziali vulnerabilità. In questo senso, la sfida non è solo tecnologica ma anche strategica, e riporta al centro il tema della Governance, intesa sia come capacità di gestione strutturata del dato sia come assunzione di responsabilità in materia di protezione e sicurezza delle informazioni”.

Anche in tema di riqualificazione impiantistica il dato è fondamentale per un corretto approccio, ne parlano Cesare Galli e Andrea Vinci: “Il revamping impiantistico, ovvero la riqualificazione funzionale ed energetica degli edifici, rappresenta una delle leve più efficaci per migliorare simultaneamente la qualità indoor e il profilo energetico di un patrimonio immobiliare. In questi progetti la parte più delicata non è mai la tecnologia: è la fase di analisi. Capire come le persone usano davvero gli spazi, in quali orari e con quali concentrazioni, è il presupposto per qualsiasi ottimizzazione impiantistica efficace. I dati di occupazione cambiano radicalmente le scelte progettuali”.

Parlando di dati non si può non allargare lo sguardo all’organismo nella sua interezza, in questo caso allo Smart Building, come conclude Ernesto Lombardi: “La qualità dell’aria è un sottoinsieme di una logica più ampia di smart building. Spesso i dati (qualità dell’aria, energia, acqua, occupazione) vengono trattati come oggetti isolati da diverse società, ma in realtà sono tra loro interconnessi e l’integrazione può generare valore. Attualmente monitoriamo in modo continuo circa 18.000 sensori online nel mondo, di diverse tipologie, installati in edifici di varia natura (uffici, retail, industriale), che generano ogni giorno milioni di dati ambientali. Collaboriamo inoltre con diverse università e centri di ricerca, anche tramite finanziamenti europei, per massimizzare il valore dei dati raccolti e generare informazioni e insight che possano aumentare il valore del building”.

Il diffusore lineare Tratto di Proter Imex consiste nella parte terminale dell’impianto di aerazione e trattamento d’aria. È dotato di un deflettore per direzionare il flusso dell’aria e può integrare isolamento acustico nel plenum e illuminazione LED lineare

Risolvere a monte: il richiamo scientifico

Nel confronto tra tecnologia e governance, la voce di Gaetano Settimo riporta il tema a un principio di metodo: prima delle soluzioni, viene la diagnosi. “In funzione delle tipologie di ambienti bisogna fare un ragionamento sulle strategie da adottare per raccogliere le informazioni che realmente servono”, perché “non è che io arrivo in un ambiente senza acquisire una serie di informazioni specifiche e porto avanti delle valutazioni”. È qui che si gioca la differenza tra un intervento efficace e una sequenza di azioni ‘a tentativi’. Il percorso, sottolinea Settimo, deve portare a individuare azioni concrete e, quando possibile, a lavorare in anticipo. C’è poi un tema di aggiornamento che negli uffici pesa più che altrove, perché l’uso degli spazi cambia rapidamente. “Se si progetta un impianto di ventilazione con gli standard di 20 anni fa, ma anche di 5 o 6 anni fa, prima della pandemia, il risultato è avere oggi un impianto che crea enormi problemi”: layout più dinamici, densità variabile, sale riunioni ‘a picchi’, ibridazione delle attività e tecnologie diffuse rendono insufficiente qualsiasi impostazione rigida. Da qui il punto più netto: evitare scorciatoie correttive che spostano il problema senza risolverlo. “Ogni intervento deve partire dall’analisi delle caratteristiche dell’ambiente. Anche l’impiego di un purificatore può essere considerato, ma come misura circoscritta nel tempo. La soluzione efficace resta quella che agisce a monte, sulle cause che generano l’alterazione della qualità dell’aria”. La qualità dell’aria, in altre parole, non si ‘aggiusta’ con un dispositivo: si governa con scelte di progetto, gestione e manutenzione coerenti, sostenute da competenze aggiornate.

Il sistema di ventilazione periferica VentoTherm Twist di Schüco PWS Italia, assicura un ricambio d’aria controllato attraverso due ventilatori alternati che garantiscono immissione di aria filtrata ed espulsione di quella viziata. Dispone di sensori integrati che misurano e controllano la qualità dell’aria oltre al tasso di umidità. Si adatta alle diverse stagioni: in inverno l’aria esterna viene filtrata e riscaldata per mezzo di un sistema di recupero del calore, mentre nei mesi estivi la funzione bypass permette di espellere l’aria calda all’esterno e di immetterne negli ambienti di fresca e pulita

Perché si investe nella qualità dell’aria indoor: salute, ROI ed efficienza

Se la qualità dell’aria indoor è un nodo sanitario, normativo e tecnologico, la domanda finale è inevitabile: cosa convince davvero un’azienda a investire? Non esiste una sola leva. E quasi mai è la norma, da sola, a muovere il mercato. Guido Cannavicci è molto chiaro: “Non è mai un solo fattore a convincere un’azienda, ma la convergenza di più leve. La salute e la produttività sono i driver più immediati, soprattutto negli ambienti di lavoro, mentre ESG ed employer branding rafforzano la decisione a livello strategico e reputazionale. Il quadro normativo oggi agisce più come catalizzatore culturale che come obbligo, ma nel tempo renderà questi investimenti sempre meno opzionali e sempre più strutturali”. 

Anche Giorgio Gualandri di Fellowes richiama una dimensione molto concreta: il ritorno sull’investimento. “Una buona qualità dell’aria incide sulle performance aziendali migliorando il comfort ambientale, riducendo l’assenteismo e migliorando la retention dei talenti”. In altre parole, la IAQ diventa parte della strategia HR e della capacità di trattenere competenze in un mercato del lavoro competitivo. Paolo Bruno è d’accordo su questa prospettiva legata al posizionamento aziendale. Oggi, osserva, le leve più efficaci sono “le politiche ESG; l’attrattività come datore di lavoro (employer branding); il posizionamento reputazionale. In particolare, nei grandi gruppi internazionali – soprattutto nel settore del lusso – si stanno sviluppando standard interni di qualità dell’aria più restrittivi rispetto ai requisiti minimi normativi, estesi globalmente agli immobili del gruppo. In questi casi, la qualità dell’aria diventa parte integrante dell’identità del brand”.

Sul versante della consulenza immobiliare, Hopps e Scrimieri di OGB evidenziano un aspetto destinato a diventare sempre più centrale: la catena del valore: “Le grandi aziende saranno chiamate a garantire trasparenza e coerenza ESG lungo tutta la propria supply chain, introducendo criteri di selezione dei fornitori sempre più stringenti in termini di performance ambientale, sociale e di governance. Di conseguenza, anche le aziende non direttamente soggette agli obblighi normativi dovranno dotarsi di strumenti di misurazione, monitoraggio e disclosure ESG per poter rimanere competitive e continuare a operare all’interno delle filiere strutturate. L’investimento in qualità dell’ambiente indoor – proseguono gli architetti – non incide soltanto sul comfort degli occupanti, ma sulla resilienza complessiva dell’organizzazione. In un contesto in cui la sostenibilità è sempre più integrata nelle catene del valore, la qualità degli spazi di lavoro diventa parte integrante della performance complessiva dell’impresa”.

È anche una questione di sostenibilità. Come ricordano Cesare Galli e Andrea Vinci di Sodexo/Ri.Co, “La qualità dell’aria ha un costo energetico. Mantenere parametri ottimali di temperatura, umidità e ventilazione richiede impianti costantemente in funzione, con un impatto diretto sui consumi e sulle emissioni. Per questo motivo, la progettazione dei sistemi di IAQ e la ricerca della massima efficienza energetica sono due dimensioni dello stesso percorso, mai alternative tra loro”. 

Dall’altro lato della medaglia, l’IAQ può essere vista come un vantaggio anche in termini energetici come sottolinea Ernesto Lombardi: “In Europa si parla molto di risparmio energetico e poco di qualità dell’aria, pur essendo i temi collegati. Per esempio, i sensori di anidride carbonica possono supportare una regolazione più efficiente degli impianti in funzione dell’effettiva occupazione degli spazi. Questo approccio può portare a riduzioni dei consumi HVAC nell’ordine del 10-30% nei contesti ufficio (range stimato da studi ASHRAE e casi applicativi europei)”.

In conclusione, la qualità dell’aria indoor è una variabile strutturale della salute collettiva e della performance organizzativa. Le norme possono orientare, le certificazioni possono misurare, la tecnologia può monitorare e ottimizzare. Ma senza diagnosi preventiva, senza competenze aggiornate e senza una cultura diffusa della prevenzione primaria, il sistema resta fragile. L’aria continua a essere respirata, anche quando non viene governata. Negli uffici contemporanei la vera domanda non è se installare un sensore o un purificatore, ma quale modello di responsabilità si intende adottare. Se la qualità dell’aria viene considerata un costo da comprimere, resterà marginale. Se viene riconosciuta come leva di valore, di resilienza e di credibilità, diventa parte integrante della strategia. Respirare è un atto involontario. Governare l’aria, invece, è una scelta. E oggi, per chi progetta e gestisce spazi di lavoro, è una responsabilità misurabile.


A cura della redazione

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