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Faccia a faccia con Francesco Iannone e Serena Tellini

Francesco Iannone e Serena Tellini, progettisti di consuline architetti associati, chiamati a condividere il proprio punto di vista sull’ultima edizione di Light and Building, un evento che ha confermato, con forza, la centralità della luce nei processi di innovazione che stanno attraversando l’architettura e gli spazi contemporanei.

In uno scenario in cui l’innovazione corre a un ritmo sempre più sostenuto, l’ultima edizione di Light + Building ha offerto una fotografia estremamente chiara dello stato dell’arte del settore. I numeri parlano da soli: quasi duemila espositori da 49 Paesi e oltre 140 mila visitatori provenienti da tutto il mondo hanno trasformato Francoforte, per sei giorni, in un vero e proprio hub internazionale della progettazione e della tecnologia applicata agli edifici e agli spazi urbani.

Al centro della manifestazione, come evidenziato anche dal comunicato di chiusura, non solo la varietà delle soluzioni presentate, ma soprattutto la velocità con cui queste stanno evolvendo: elettrificazione, connettività digitale, integrazione tra sistemi e nuovi paradigmi progettuali stanno ridefinendo il modo in cui pensiamo e costruiamo gli ambienti. In questo contesto, la luce si conferma uno degli ambiti più dinamici, capace di intercettare e sintetizzare molte di queste trasformazioni.

Accanto alla spinta tecnologica, la fiera ha ribadito anche un altro aspetto fondamentale: non si può parlare di luce senza prendere in considerazione l’intero ecosistema del building.

Quali sono stati, a vostro avviso, i trend più rilevanti emersi a Light + Building?

La prima impressione è quella di un cambio di linguaggio piuttosto evidente: si sta abbandonando il minimalismo degli ultimi anni per abbracciare un approccio più espressivo, quasi “massimalista”, che guarda al colore, alla matericità e all’utilizzo di materiali ecologici. Il legno, ad esempio, è diventato protagonista anche in applicazioni outdoor, segno di una ricerca più ampia che coinvolge estetica e sostenibilità. È una luce che torna a dichiararsi, non più invisibile ma parte integrante dell’identità dello spazio.

In che modo è cambiato il ruolo della luce nei progetti contemporanei: da elemento tecnico a leva esperienziale e narrativa?

La tecnica è divenuta un’incredibile opportunità per il controllo della luce. La trasformazione di inizio secolo dal tungsteno al LED ha aperto nuovi orizzonti: l’elettronica che compone e controlla queste nuove sorgenti a LED offre a noi lighting Designer un nuovo alfabeto espressivo. Questo ci permette non solo di accendere e spegnere una luce, ma anche di poterne controllare la qualità delle sfumature dei bianchi, le intensità, il colore e soprattutto una nuova componente il tempo. Orchestrando bene tutte queste opzioni è possibile creare con la luce non solo illuminazioni strettamente tecniche ma aprirsi a esperienze espressive che tengano conto delle esigenze dell’uomo che vive lo spazio intorno a sé.  

Avete riscontrato un’evoluzione nel rapporto tra illuminazione e benessere? In quali applicazioni è più evidente?

È un tema centrale da molti anni nel nostro lavoro e oggi sta finalmente trovando applicazioni concrete. Un esempio significativo è il progetto del Paese Ritrovato a Monza, sviluppato con un team multidisciplinare. Qui abbiamo lavorato per superare i codici tipici dell’illuminazione sanitaria, spesso freddi e standardizzati, per costruire un ambiente domestico e rassicurante. La luce segue il ritmo circadiano e contribuisce a creare atmosfere familiari, con risultati sorprendenti sia sul piano percettivo che comportamentale. Il fatto che oltre 200 istituti internazionali abbiano visitato questo progetto dimostra quanto il tema sia oggi rilevante.

Quanto stanno incidendo le tecnologie digitali e i sistemi di controllo integrati nella progettazione della luce? È un cambio di paradigma reale?

Assolutamente sì. Il sistema di controllo è diventato il cuore del progetto illuminotecnico: determina quanta luce, come e quando. A Light + Building si è vista chiaramente l’evoluzione verso sistemi sempre più aperti e interoperabili. Nei grandi progetti si lavora già con protocolli integrati e figure come il system integrator. Nel residenziale, standard come Matter stanno semplificando l’interazione tra dispositivi diversi. È un passaggio epocale: da sistemi chiusi a ecosistemi connessi.

Avete notato un cambiamento nel rapporto tra prodotto e sistema?

Sì, oggi il prodotto non può più essere pensato come elemento isolato. È parte di un sistema più ampio che ne determina comportamento e prestazioni. Questo vale sia per la gestione della luce sia per l’integrazione con altri impianti dell’edificio. Il valore si sposta sempre più dalla singola lampada alla capacità del sistema di orchestrare scenari complessi.

Quali materiali, finiture o soluzioni formali vi hanno colpito maggiormente?

Oltre al già citato ritorno del legno, colpisce la ricerca su materiali sostenibili e sulla possibilità di smontare completamente i prodotti. La progettazione si sta orientando verso cicli di vita più controllati e responsabili. In questo senso, anche la stampa 3D sta giocando un ruolo interessante, perché consente produzioni flessibili, personalizzazioni e sviluppo rapido di componenti. 

Il tema della sostenibilità è ormai centrale: quali innovazioni concrete avete osservato?

La vera sostenibilità non è solo efficienza energetica, ma efficacia complessiva. Il risparmio reale deriva dalla capacità del sistema di adattare la luce in funzione delle attività, della presenza e del tempo. Ancora una volta, è il controllo a fare la differenza. Parallelamente, cresce l’attenzione alla durata, alla manutenzione e alla riciclabilità dei prodotti.

Avete notato nuove contaminazioni tra luce e altri ambiti progettuali?

Sicuramente il dialogo con l’acustica è oggi molto più sviluppato. In pochi anni si è creata una forte consapevolezza dell’importanza del comfort acustico. Paradossalmente, la luce non ha ancora raggiunto lo stesso livello di diffusione culturale, forse perché manca una filiera altrettanto strutturata. Eppure, le due dimensioni sono profondamente interconnesse nella qualità complessiva dello spazio.

In che modo la luce contribuisce alla definizione dello smart building?

La luce è una componente fondamentale, anche se spesso sottovalutata. È uno degli elementi più diffusi e capillari all’interno degli edifici e quindi uno dei principali punti di raccolta dati e di interazione. Senza la luce, lo smart building semplicemente non esiste.

Quali sviluppi immaginate per il prossimo futuro?

Vediamo una crescente integrazione tra luce e sistemi intelligenti: interazione con il movimento, con la voce, con dispositivi robotici. Ma soprattutto, diventerà centrale la comprensione del rapporto tra luce e sistema circadiano umano. Lo Human Centric Lighting non sarà più uno slogan, ma una realtà progettuale concreta, difficile da ignorare.


Paola Cecco

Laureata in architettura presso il Politecnico di Milano, ha svolto attività progettuale presso studi professionali dove ha affrontato la progettazione di edifici residenziali e del terziario. Nel 2001 entra a far parte della redazione di Officelayout, la rivista per progettare, arredare e gestire lo spazio ufficio. Ambito nel quale si occupa delle tematiche relative all’illuminazione, alle nuove tecnologie e all'allestimento degli spazi di lavoro con focus sulla sostenibilità dei luoghi e sul benessere delle persone in azienda. Dal 2014 coordina le attività editoriali e i convegni sviluppati e promossi dalla testata Officelayout.