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Hilson Moran’s Living Lab

I nuovi uffici di Hilson Moran, situati nella storica Hay’s Galleria, vicino a London Bridge, ridefiniscono gli ambienti di lavoro come un “Living Lab”. Un concept che unisce natura e tecnologie all’avanguardia, creando un ambiente immersivo e sostenibile che riflette l’esperienza ingegneristica e i valori lungimiranti dell’azienda

A Londra, nell’ampio respiro urbano che dalla cattedrale di Southwark si apre verso il Tamigi, la Hay’s Galleria ricorda il passato produttivo del fiume londinese. L’antico deposito portuale, riconvertito negli anni Ottanta in spazio pubblico coperto, conserva la geometria dell’archeologia industriale: superfici in mattoni anneriti dal tempo, archi ribassati e una copertura vetrata fra memoria e ritmo della città contemporanea. All’interno di questo paesaggio di materiali e ombre, Gensler per lo studio di progettazione ingegneristica Hilson Moran ha immaginato un nuovo ambiente operativo. Non un ufficio nel senso tradizionale, ma un laboratorio abitabile capace di assorbire la quotidianità del lavoro e trasformarla in materia di indagine. Il Living Lab nasce così come struttura ibrida distribuita su 1400 mq: parte spazio di lavoro, parte piattaforma sperimentale, parte dichiarazione di intenti sulla direzione futura della progettazione ambientale e tecnologica. La scelta del contesto non è semplicemente scenografica. Hay’s Galleria, con la sua forte identità e i vincoli che ne definiscono i limiti progettuali, impone un ragionamento sulla relazione tra preesistenza e contemporaneità. Il Living Lab si inserisce in questa tradizione, accettandone la complessità per trasformarla in risorsa.
“Il progetto non interviene con un gesto iconico, ma si muove per sottrazioni e addizioni calibrate, cercando un equilibrio tra gli elementi storici e una nuova infrastruttura digitale – afferma Marco Gastoldi, Senior Interior Designer e Associate di Gensler –. La strategia adottata non mira a cancellare le tracce del passato, ma a renderle leggibili attraverso un linguaggio contemporaneo misurato, evitando sia l’estetizzazione del “vecchio” sia l’invasività del “nuovo”. La materia esistente diventa così il punto di partenza per comporre un ambiente che si definisce nella dialettica tra ciò che permane e ciò che si trasforma. I mattoni a vista continuano a raccontare la storia del luogo, mentre il nero opaco dell’acciaio, i legni chiari e le superfici tecniche conferiscono allo spazio un tono di sobrietà calibrata. La tecnologia, presente in forma diffusa ma mai ostentata, si innesta su questo sfondo, articolando un racconto che non è né nostalgico né futuristico, ma operativo. Il ridisegno del piano affronta una delle criticità principali dell’impianto originario: la frammentazione degli spazi e la difficoltà di orientamento. Il nuovo layout ricerca una chiarezza di lettura, ottenuta attraverso percorsi lineari, aperture visive profonde e un controllo misurato della luce naturale. Gli ambienti si susseguono creando un ritmo interno che guida l’utente e restituisce al piano un ordine prima assente”.
Il progetto nasce attraverso una palette di materiali che lavora sulla tattilità e sulla densità visiva. Il rovere naturale, impiegato in arredi e superfici di contatto, introduce un elemento di calore capace di mitigare la presenza degli impianti a vista. Il mattone, mantenuto come struttura narrativa dell’edificio, appare con continuità lungo i percorsi principali, diventando uno sfondo costante alla leggerezza cromatica del nuovo intervento. Le superfici tecniche, incluse quelle del soffitto, non vengono nascoste ma integrate nel linguaggio complessivo, trasformando la parte impiantistica in un elemento di lettura architettonica. La luce gioca un ruolo determinante nel definire la personalità dell’ambiente. La luce naturale, proveniente dalle aperture perimetrali e filtrata attraverso la copertura della galleria, interagisce con superfici riflettenti che la diffondono nelle zone più profonde. La luce artificiale, calibrata con attenzione cromatica e direzionale, assume una funzione ambientale più che decorativa: modula la percezione degli spazi senza sovrapporsi alla materialità del luogo. La combinazione tra le due fonti produce un effetto di chiarezza visiva che diventa parte dell’identità complessiva del Living Lab.


Il piano operativo come organismo flessibile


Il Living Lab si presenta come un organismo operativo flessibile, progettato per adattarsi a modalità di lavoro variabili. Le postazioni non assegnate e la disposizione modulare delle scrivanie rispondono a una visione del lavoro che considera la mobilità una risorsa. I confini fra le aree operative sono segnati da elementi biophilic che addolciscono la percezione dello spazio, introducendo una componente naturale in un contesto fortemente tecnologico.
Le zone intermedie assumono funzioni diverse nel corso della giornata. Le “scrum areas”, le aree breakout e le sale meeting riconfigurabili costruiscono un sistema di luoghi adattivi, capaci di rispondere tanto alle esigenze del lavoro individuale quanto a quelle della collaborazione. La tecnologia non si impone mai in maniera evidente: le predisposizioni elettriche, i sensori e i sistemi di connessione sono integrati in modo discreto, permettendo un uso intuitivo degli spazi senza introdurre complessità superflue.
La caffetteria, affacciata sul Tamigi, è forse lo spazio che meglio rappresenta la vocazione sociale del Living Lab. La relazione visiva con Tower Bridge e con la vita del fiume introduce una dimensione urbana che dialoga con l’interno. La possibilità di riconfigurare rapidamente la sala attraverso tende e arredi mobili consente di trasformarla in luogo per assemblee, workshop, eventi oppure semplice pausa quotidiana. È uno spazio che accoglie, amplia e sostiene la comunità interna.
All’interno del paesaggio operativo si distinguono due ambienti speciali che definiscono il carattere più intimo del progetto: la biblioteca e l’Oasi. Questi due spazi, distanti per atmosfera e funzione, rappresentano le estremità complementari dell’esperienza lavorativa.
La biblioteca, con le sue pareti verde scuro illuminate da tagli di luce, è un ambiente raccolto e silenzioso. Gli scaffali in legno disegnano una griglia ordinata che ospita libri, accessori, materiali e premi: elementi non decorativi, ma parte di un archivio operativo. Qui il lavoro intellettuale trova una dimensione protetta, lontana dalla fluidità degli spazi aperti. Il tempo sembra rallentare, assumere un ritmo più contemplativo.
L’Oasi, posta in un’area più esposta alla luce naturale, propone invece un’esperienza di pausa reale. Le forme morbide degli arredi, l’assenza di dispositivi digitali e il soffitto dalle geometrie organiche creano un ambiente di sospensione. In questo contesto, l’Oasi assume una funzione quasi terapeutica: non è un semplice luogo di pausa, ma uno spazio che contrasta la saturazione digitale del lavoro contemporaneo. La sua presenza risponde a un’idea di benessere che considera la pausa parte essenziale della produttività, non una sua sospensione.
Questi due ambienti, pur distanti, non sono opposti ma accompagnano i ritmi del lavoro contemporaneo, riconoscendo la necessità di alternare concentrazione e decompressione.


Tecnologia e sostenibilità come qualità progettuali


L’aspetto più innovativo del Living Lab riguarda però la sua infrastruttura digitale, che costituisce una seconda pelle dell’architettura. Il Building Management System controlla in modo integrato ventilazione, temperatura, illuminazione e parametri ambientali, dialogando con l’app Attain, progettata da Hilson Moran per restituire ai lavoratori un controllo diretto dell’ambiente.
La tecnologia non si limita a fornire un’interfaccia di regolazione, ma raccoglie dati e comportamenti in tempo reale, introducendo un livello di intelligenza adattiva che permette all’edificio di reagire alle abitudini degli utenti. L’app analizza i pattern di occupazione e ottimizza automaticamente la gestione energetica, riducendo sprechi e migliorando la continuità del comfort. In questo senso, il Living Lab non è solo un ufficio equipaggiato con tecnologie avanzate: è un ambiente in cui la tecnologia produce conoscenza. Gli impianti diventano strumenti di ricerca, gli spazi si trasformano in superfici sensibili e il comportamento collettivo degli utenti entra nel sistema come informazione attiva.
“La sostenibilità costituisce la trama invisibile del progetto. Non si traduce in elementi decorativi o nella semplice adesione a protocolli, ma in un processo strutturale che attraversa tutte le fasi progettuali” – precisa Gastoldi.
Il contenimento delle emissioni, ottenuto attraverso l’uso di materiali riciclati, pannelli in mycelium, moquette rigenerata e arredi provenienti da filiere circolari, è parte di un approccio più ampio che mira a rendere lo spazio un caso studio replicabile, riducendo l’impronta di emissioni fino a 176 kgCO2/m² GIA. Le simulazioni energetiche basate su metodologia TM54, le scelte impiantistiche e gli interventi orientati all’efficienza portano a una riduzione del 47% dei consumi energetici operativi. Il cantiere, organizzato secondo logiche di recupero e tracciabilità dei materiali, ha raggiunto livelli di riciclo del 95%. Le canalizzazioni EcoDuct pre-isolate, circa l’85% più leggere rispetto ai condotti metallici tradizionali e con un’impronta di carbonio ridotta del 75%, introducono una tecnologia che consente installazioni più rapide e un impatto ambientale sensibilmente inferiore. In questo quadro, la sostenibilità non si pone come obiettivo finale, ma come condizione necessaria per la definizione stessa dello spazio. Il progetto è certificato BREEAM Excellent e WELL Platinum.
L’ambiente di lavoro riflette un’idea ampia di benessere, che include dimensioni sensoriali, percettive e sociali. Le linee guida per la neurodiversità informano scelte cromatiche, acustiche e luminose, costruendo un ambiente capace di accogliere sensibilità differenti. La qualita’ dell’aria è monitorata costantemente, la luce segue variazioni stagionali e circadiane, mentre gli spazi dedicati a esigenze familiari o spirituali integrano la dimensione umana del progetto.


Il Living Lab come attore urbano


Uno degli aspetti più significativi del progetto è la sua apertura verso l’esterno. Il Living Lab non è pensato come luogo chiuso, ma come ambiente poroso, attraversabile da comunità professionali, studenti e ricercatori. Hilson Moran lo ha reso sede di workshops, presentazioni e seminari con università come UCL e la Bartlett, creando un dialogo costante tra il mondo operativo e quello della ricerca.
Allo stesso tempo, il coinvolgimento con associazioni ambientali e iniziative locali dimostra una responsabilità più ampia, che supera i confini dello spazio interno e si estende alla città. Il Living Lab diventa così un ponte urbano, un luogo che contribuisce alla produzione collettiva di conoscenza. È un progetto che unisce preesistenza architettonica, innovazione tecnologica e un approccio rigoroso alla sostenibilità. “La sua forza risiede nella capacità di trasformare lo spazio di lavoro in un organismo vivo, capace di apprendere, adattarsi e restituire informazioni utili alla progettazione futura” aggiunge Marco Gastoldi.
In questo senso, il Living Lab è un dispositivo culturale più che un semplice ufficio. È un luogo in cui architettura e tecnologia si incontrano non per generare effetti scenografici, ma per costruire un ambiente che rifletta la complessità del presente e offra strumenti per affrontare il futuro. Nel panorama contemporaneo londinese, dove memoria e innovazione spesso convivono ma raramente dialogano, questo intervento propone una strada diversa: una progettazione che non contrappone passato e futuro, ma ne riconosce la continuità, costruendo uno spazio che vive nella soglia tra ciò che è già stato e ciò che deve ancora accadere”.
Qualità e valori progettuali che nel 2025 hanno portato a importanti riconoscimenti, come il British Council for Offices (BCO) Award for London, nella categoria “Progetti fino a 2,500m²” e il “Mix Award”, nella categoria “Progetto dell’anno – Workplace Interiors 5-10.000 sq ft”.


A cura della redazione

Officelayout è la rivista di Soiel International, in versione cartacea e on-line, dedicata ai temi della progettazione, allestimento e gestione degli spazi ufficio e degli edifici del terziario